BOOKS

Alla fine del 1959, i fratelli Brown – Maxine, Bonnie e Jim Ed – godono di un successo internazionale senza precedenti, eguagliato solo dal loro amico Elvis Presley.

Tra le mani hanno un pezzo da cifre folli, in cima alle migliori classifiche di musica country e pop, e destinato a dare origine alla multimilionaria industria musicale dei nostri tempi. 

Incantati dai Browns, persino i Beatles cercheranno di scoprire i loro segreti, per scoprire che la straordinaria armonia del trio scaturisce dal loro profondo legame familiare. 
Come scrive Rick Bass: “I Browns sono persone reali e ciò che hanno dato alla musica americana e il modo in cui l’hanno fatto sono reali; Nashville Chrome, però, è un’opera dell’ingegno.”

Questo è il loro romanzo, la loro ascesa e la loro caduta: in un mondo in continua evoluzione, la loro fama non è destinata a durare, e i legami fraterni cominciano a sgretolarsi così come il loro successo. Una storia profondamente americana di creazione, distruzione e rinascita.
La prima volta che si esibì, Jim Ed rubò subito la scena, nel giro di un mese divenne il cantante prediletto e dopo soli due mesi portò nello spettacolo anche Maxine e Bonnie.

Decisero di chiamare il loro gruppo ‘The Browns’, niente di fantasioso, e quella sera ricevettero la loro prima standing ovation, più potente di qualunque droga.

Mattioli 1885

Un diario, un libro prezioso che raccoglie parole e fotografie di un anno speciale e insieme come tanti.
Da quando, nel 2018, Patti Smith ha cominciato a condividere su Instagram le proprie fotografie ha delineato nel tempo una personalissima estetica che attinge sia al suo archivio di vecchie Polaroid, con quella loro particolare atmosfera un po’ struggente, sia alle immagini rubate con lo smartphone e il loro nitore ipertecnologico. 
A Book of Days mette insieme tutto questo e lo distilla in un racconto coerente e coinvolgente, dove tra i vari soggetti – gli stivali, la chitarra Mosrite del marito, un rarissimo biglietto da visita di Rimbaud, la calcolatrice inventata da William S. Burroughs il cui omonimo nipote è stato ispiratore della Beat generation e mentore della stessa autrice – si stabiliscono pagina dopo pagina inaspettate e sorprendenti corrispondenze.
E così si dispongono in una specie di galleria le molteplici passioni, le devozioni, le ossessioni e i capricci di una poetessa che ha saputo infondere una particolare vena elegiaca ma anche rock in tutta la sua opera.
Con più di 365 fotografie, molte delle quali inedite e relative ai tempi bohémien degli esordi, A Book of Days è un viaggio caleidoscopico nella mente visionaria di un’artista suggestiva e inconfondibile, una lettura senza tempo per tempi molto incerti, una mappa ispiratrice della sua vita come della nostra.

Bompiani

Chitarrista raffinato ed eclettico dal suono inconfondibile (sono celebri le sue collaborazioni con Tom Waits, Elvis Costello e John Zorn, tra gli altri), Marc Ribot è anche uno scrittore brillante, capace di spaziare con disinvoltura tra i generi e di mescolarli in modo creativo. I saggi a tema musicale – in cui Ribot ragiona sull’estetica del rumore e della distorsione; rende omaggio ad amici e maestri; denuncia la violazione del copyright nell’era delle piattaforme digitali – si affiancano a racconti autobiografici che esplorano le origini ebraiche, la condizione quasi esistenziale di musicista errante, la paternità, l’impegno politico. Ma c’è spazio anche per l’umorismo e il nonsense anarco-pulp, come nei rapidissimi (mal)trattamenti cinematografici che sembrano un incrocio tra Quentin Tarantino e Jim Jarmush, e negli esilaranti micro-racconti sul tema del «fiasco» (una relazione romantica naufragata per colpa di un uso inaccorto del cellulare; uno scienziato spaziale che non sa allacciarsi le scarpe).Un libro-mondo, o forse un libro-mente, l’autoritratto di un artista che non ha paura di seguire la propria intelligenza ovunque lo porti.

BigSur

Ci sono saggi che parlano di jazz, romanzi ambientati nel mondo del jazz, raccolte di articoli, analisi musicologiche, biografie di jazzisti. E poi c’è Natura morta con custodia di Sax di Geoff Dyer. Libro unico e inafferrabile, oggetto letterario misterioso che sfugge e resiste a ogni tentativo di incasellarlo in un genere, testo mercuriale e metamorfico che muta a ogni nuova lettura, Natura morta con custodia di Sax è un libro sul jazz, sull’influenza che questa musica ha avuto sulla società e la cultura occidentali, sulle vite di alcuni dei musicisti più importanti della storia – Lester Young, Charles Mingus, Thelonious Monk –, vite evocate con tanta vividezza che, secondo Jonathan Lethem, «si può sentire il whisky sulla lingua, l’odore dei mozziconi di sigaretta, i colpi di tosse fra una registrazione e l’altra». Natura morta con custodia di Sax è anche un libro sulla poesia, sulla fotografia, sugli sconfinati spazi americani che un Geoff Dyer giovanissimo attraversa in auto con la fidanzata, ascoltando jazz, solo jazz, mentre guidano sotto un cielo illimitatamente blu. È un libro sulla musica, e su come la musica può cambiare la vita. Sull’arte, sulla bellezza, sulla bellezza imprevedibile della vita. È, soprattutto, un libro sulla scrittura, dove la scrittura si piega fino a diventare puro suono; finché la parola si spoglia della sua rigidità per diventare – in queste pagine che il New Yorker ha definito «notturne rêverie musicali» – gioco, continua allusione, improvvisazione, sogno.

Il saggiatore

La musica è associata a immagini. E le immagini a luoghi.
Luoghi a volte remoti, spesso fuori dai percorsi consueti ma che sono stati testimoni di fatti, episodi, aneddoti e leggende che hanno fatto epoca.
Ancora oggi, i loro nomi evocano a ogni vero appassionato ricordi formidabili, suggestioni forti, emozioni intense. Attraverso una trentina di itinerari (geomusicali) suggeriti, dalla “autostrada del Blues” alle stradine di Dublino, dalla provincia americana al nord dell’Inghilterra passando per le grandi capitali della musica (Londra, New York, New Orleans, Memphis, Chicago, Austin) il lettore è in grado di compiere un viaggio, reale o virtuale, ripercorrendo in modo divertente e fantasioso le tappe principali della storia del rock.
I più fortunati potranno consultare il libro come una vera e propria guida, altri lo useranno per i loro “tragitti sonori” nella rete, altri ancora viaggeranno con la mente nel tempo e nello spazio sognando per qualche ora di essere a fianco dei loro idoli musicali.

Un originale prontuario di musica e vita, capace di alleviare i disturbi dell’esistenza con la somministrazione di ritmi e di note, di storie di musica e di musicisti.
La musica accompagna le nostre giornate.
Non fa differenza che si tratti delle parole di una vecchia canzone ascoltata da una zia e riemerse inattese dalla nostra memoria o del primo movimento di una sinfonia.
Quando il fluire delle note raggiunge la nostra attenzione – dall’autoradio, da una voce nella tromba delle scale, da un video su YouTube – ci rendiamo conto di come la musica ci sia necessaria.
Protagonisti delle pagine di questo volume sono gli accadimenti della vita e i suoni suggeriti come loro cornice.
Accompagnato da mediocri grandi artisti e da falliti di genio, enfants prodige e vecchi che non demordono, il lettore può andare alla ricerca del brano giusto in quella occasione, ritrovare melodie che lo hanno accompagnato, imbattersi nella vita e nelle vicende dei musicisti.
Che si tratti della paura di volare (generica, molta o nessuna), della dipendenza dal lavoro, la dieta o un attacco di tosse e anche di sentirsi «un po’ così», le ricette di Con la musica offrono rimedio e consiglio attraverso le suggestioni evocate da un brano musicale, oppure l’esperienza di un musicista, passando dal rock alla musica di ricerca contemporanea, dalla Vienna di Mozart all’isola di Tonga, da Ligeti a Bob Dylan, dalla Bossa Nova di Jobim ai Beatles, da Bach a Coltrane.
È una piccola enciclopedia, un repertorio, un manuale per stare meglio. A suon di musica.

Sellerio Editore

Igor Levit si arrampica su uno sgabello nero. Ha tre anni, davanti a sé una striscia nera e bianca, se la preme, succede qualcosa. Smettere è impossibile. Quel gesto, così istintivo e così complesso, diventerà il gesto della sua vita. Comincia qui la storia di uno dei pianisti più geniali degli ultimi tempi. «Un artista fondamentale» lo definisce il New York Times, e non solo per il suo talento: Levit è infatti anche un attivista politico, che usa la propria voce contro il razzismo, l’antisemitismo e ogni forma di intolleranza e pregiudizio. Questa storia prende una piega inattesa nel 2020, quando si celebra il duecentocinquantesimo anniversario dalla nascita di Beethoven, e l’agenda di Levit, fra i suoi interpreti più richiesti, è fitta di impegni, quasi senza respiro. A marzo, però, ogni cosa viene cancellata, tutto viene annullato: ogni tipo di concerto, di spettacolo, di manifestazione. Igor tuttavia vuole continuare a suonare per il suo pubblico, e decide di farlo da casa, via Twitter: «Le sale da concerto sono vuote. È triste, ma necessario. Io vorrei però condividere ancora la musica con voi. L’ascolto, l’esperienza. Così come viene. Farò dunque un esperimento: un concerto domestico. Il pubblico siete voi tutti. A partire da stasera, alle 19.00, ogni volta che posso suonerò per voi da casa mia». Il successo è immediato e planetario. Il mondo della musica, trasformato. House Concert è il racconto-intervista di quel passaggio dal 2019 al 2020, di quell’anno estremo. L’anno in cui Igor Levit si è espresso contro l’odio e ha ricevuto in cambio minacce di morte. L’anno in cui ha approfondito le sue riflessioni sul ruolo del musicista. L’anno in cui ha trovato la sua voce e se stesso: come artista e come persona.

Il Saggiatore

In un mondo dominato dalla fretta, il nostro rapporto con gli oggetti tende a ridursi al mero possesso e a un utilizzo distratto e noncurante.
Non è questo il caso dell’Autore di questo libro, che racconta – tra il serio e il faceto – riti cerimoniali legati all’ascolto dei Long Playing, passione di una vita: la scelta del disco tra copertina kitsch o capolavoro – già osservata mille volte – poi il rituale dell’estrazione del disco dalla busta, ogni volta con la stessa cautela per non rovinarlo.
Intanto, i sensi percepiscono i colori della facciata e l’odore tipico del cartoncino un po’ invecchiato; il disco stesso può essere, a suo modo, profumato…
Averlo tra le mani ci rende responsabili della sua integrità, per cui lo maneggiamo con cura e lo puliamo, per consegnarlo infine al giradischi: la puntina scende dolcemente, un rapido “tic” ci dice che si è correttamente incanalata nel solco… ed ecco che il suono caldo e avvolgente del nostro LP ci ricompensa del tempo che gli abbiamo dedicato, mentre la copertina è tornata tra le nostre mani per completare quella fruizione consapevole che un oggetto di culto merita a pieno titolo.
Chi non l’ha mai fatto non può capire: un motivo in più per provarci.

Zecchini Editore 

Definire i Pink Floyd una rock band è riduttivo. Non solo perché la loro musica è andata ben oltre i confini tradizionali del rock, ma soprattutto perché i loro dischi hanno stabilito degli incredibili record di vendita. The Dark Side of the Moon, il loro album di maggior successo, è rimasto in classifica per 927 settimane consecutive nella top 100 di Billboard, per un totale di quasi 18 anni, vendendo oltre 25 milioni di copie. Ma un successo simile non si costruisce solo con della grande musica. E un gruppo onirico come i Pink Floyd ha bisogno di trasmettere il senso delle sue canzoni attraverso immagini evocative, iconiche e immortali. Senza un vero connubio tra immagini e suono, molto probabilmente i Pink Floyd non sarebbero entrati nella storia. Una copertina come quella di The Dark Side of the Moon è celebre quanto (forse anche di più) le canzoni presenti nel disco. Ecco perché questo non è un libro illustrato come tanti altri. Mind Over Matter, infatti, non si limita a celebrare il più grande gruppo rock della storia, ma racconta attraverso immagini splendide (spesso inedite) e testimonianze di prima mano l’incontro tra due team geniali: lo studio Hipgnosis di Storm Thorgerson e Aubrey «Po» Powell e i Pink Floyd. Per decenni il loro sodalizio ha dato vita a un immaginario visivo dirompente (copertine dei dischi, filmati proiettati ai concerti, videoclip e grafiche di ogni genere), che ha lasciato un’impronta indelebile nell’arte e nel rock. Questo libro racconta, con una quantità di retroscena senza precedenti, una storia leggendaria.

Rizzoli Lizard Editore

Frank Sinatra, Elvis Presley, Beatles, Otis Redding, Doors, Bob Dylan, Jimi Hendrix, Rolling Stones, U2, Nirvana, Radiohead… centosessantun album per seguire tutta la storia del Rock dalle origini a oggi.
Ciò che si vuole raccontare è l’atto creativo unico, l’intenzione specifica, quasi sempre racchiusa in pochi mesi di lavoro, a volte addirittura in pochi giorni. Il pensiero sottostante è che l’album, appunto, sia l’unità di misura della creatività nel rock’n’roll, e che dunque questo sia l’approccio piú efficace per ricostruirne l’evoluzione. Non ci sono i dischi piú belli della storia del rock. Non è una classifica. Talvolta di un autore non è neppure presente il suo momento migliore, per quanto sia possibile in qualche modo identificarlo. È la lista dei dischi che secondo l’autore è necessario conoscere per avere un’idea completa di cosa sia il rock.
Come scrive Jovanotti nella sua prefazione, «non è un libro labirinto e nemmeno enciclopedico. È un viaggio. È una vertigine. È un tuffo. È un’energia».
In centosessanta schede ordinate cronologicamente, il libro traccia un percorso che segue tutta la complessa e articolata storia del rock, da quando questo linguaggio musicale si afferma e comincia a esplorare compiutamente le proprie possibilità espressive a oggi. La lista disegna cosi una collezione di base con la quale è possibile comprendere e parlare il linguaggio del rock, ma anche una storia di questa musica, intrecciando tematiche e suoni secondo un disegno abbastanza complesso che si semplifica notevolmente se si prendono in considerazione I capofila delle varie tendenze e le “pietre miliari” da essi prodotte.

Einaudi Editore

“Il volume rappresenta una novità assoluta nel panorama editoriale italiano (e straniero) poiché da tempo mancava un testo essenziale ed aggiornato in grado di riferire e far emergere, con l’autorevolezza dello studioso e al contempo col piglio del giornalista e del commentatore del costume civile, le vicende di quel vasto settore della musica statunitense e poi internazionale da tutti chiamato jazz, senza dubbio il più originale contributo alla cultura sonora del XX secolo.
Dai canti degli schiavi agli inni religiosi, dal blues al ragtime, dal ‘jass’ di New Orleans a quello di Chicago, Harlem, Kansas City, dallo swing commerciale al bebop rivoluzionario, dal cool bianco all’hard bop nero, dalla contestazione free al consumo fusion, dalla creative music alle ultimissime novità, dal canto al jazz latino ed europeo vicino o lontano dagli Stati Uniti, ecco quindi una storia del jazz; ‘una’ e non ‘la’ storia del jazz, perchè i tagli interpretativi possono essere molteplici e questo vuole accostare sia la didattica e l’erudizione, sia il piacere della lettura e della riflessione.
Il libro perciò narra l’evoluzione artistica e il percorso storico della musica afroamericana, dalle origini ai nostri giorni, in ogni sua sfaccettatura, cercando qua e là chiavi di lettura inedite o comunque originali, ma non perdendo mai di vista l’obiettivo di cogliere l’essenza di un fenomeno spettacolare e comunicativo, che ovunque ha suscitato interesse, scalpore, consensi, entusiasmi”.

CHRISTIAN MARINOTTI EDIZIONI

Murakami Haruki ha gestito un jazz club per molti anni prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura: ecco, leggendo Ritratti in jazz si ha l’impressione di essersi appena seduti a uno dei tavoli del locale a bere qualcosa mentre un vecchio amico, Murakami stesso, ti racconta quello che stai ascoltando. Il tono è confidenziale, caldo, privo di specialismi, eppure pieno di informazioni, curiosità, aneddoti, di cose che si scoprono. Quello, però, che piú colpisce è la passione sincera e bruciante che ogni «ritratto» trasmette: Murakami riesce veramente a farti «sentire » il brano o il disco in questione. Ritratti in jazz regala al lettore un Murakami allo stesso tempo inedito e riconoscibile. Riconoscibile perché il jazz, ancora piú della corsa, è una passione che forma l’ossatura stessa della sua opera creativa. I suoi romanzi sono pieni di jazz, allusioni a dischi e musicisti: in un’ipotetica ricetta della poetica murakaminiana l’ingrediente «jazz» è fondamentale e i suoi lettori lo sanno bene. Inedito perché mai come in questo libro si ha l’impressione di sentire la voce autentica e senza mediazioni narrative di Murakami, come se il lettore entrasse nel suo mondo piú quotidiano e genuino. Il libro è composto da cinquantacinque schede che, a partire dal ritratto di un musicista dipinto dall’artista Wada Makoto, commentano un disco storico. Ogni scheda, nelle mani di Murakami, diventa un piccolo racconto, un frammento di memoria autobiografica o il fulmineo ritratto di un artista, di un’epoca.Da Chet Baker a Benny Goodman, da Charlie Parker a Billie Holiday, Charles Mingus, Bill Evans, Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Miles Davis e tanti altri, si va a comporre una «discoteca» ideale, una guida all’ascolto compilata da Murakami Haruki in persona.

Einaudi Editore

Scritto da un team internazionale di critici, storici, giornalisti, questo libro presenta il meglio della musica classica e delinea la discografia di riferimento in 1001 schede dettagliate e dense d’informazioni. Un percorso organizzato cronologicamente che attraversa la storia della musica dal medioevo fino a oggi. Una guida indispensabile rivolta sia agli appassionati sia a coloro che si affacciano per la prima volta sul mondo della musica classica. Lo strumento ideale per migliorare la propria discoteca e per la ricerca dei brani musicali in rete. 1001 dischi di musica classica è lo strumento ideale per misurarsi con questo repertorio, per iniziare o approfondire la conoscenza di un catalogo virtualmente infinito. Attraverso le opere più importanti e le interpretazioni più celebri il libro abbraccia l’intera storia della musica, passando in rassegna brani orchestrali e da camera, musica vocale e capolavori sinfonici, opere liriche e sperimentazioni contemporanee nel modo più dettagliato e completo possibile. La musica classica è un caposaldo della civiltà. Le sue complesse architetture, le sfumature infinite dei suoi colori rappresentano qualità uniche ed esprimono in modo compiuto l’amore per la bellezza, l’anelito alla scoperta e la tensione ideale dell’umanità. Si ripercorre quasi un millennio di storia della musica toccando tutte le scuole, le formazioni strumentali e vocali, gli stili e le convenzioni che ne hanno caratterizzato lo sviluppo.

ATLANTE

Una sera d’autunno dopo aver terminato il suo dovere di critico di musica pop, Eric Siblin assiste all’esecuzione delle Suites per violoncello di Johann Sebastian Bach.
E accadde l’inaspettato. Si innamora.
Biografia, saggio di storia della musica, caccia al mistero, Le Suites per violoncello intreccia tre racconti: la vita di Bach e la scomparsa del manoscritto originale, la leggendaria riscoperta delle Suites da parte di Pablo Casals, la storia dell’amore di Siblin per questa musica.
L’avventura di Siblin parte da Barcellona, sulle vie percorse da Pablo Casals quando tredicenne, gira per negozi di musica di seconda mano alla ricerca di spartiti per esercitarsi con il violoncello e, fra carte ammuffite, scopre la partitura delle Sei Sonate o Suites per violoncello solo di Johann Sebastian Bach. Anche per lui l’amore è istantaneo, totale.
Casals, suona le Suites ogni giorno, per dodici anni, fino a che, nel 1902, con la prima esecuzione pubblica, rivela al mondo quale capolavoro sia stato ignorato per quasi due secoli. Un capolavoro il cui cammino non si è più interrotto.
Bach aveva scritto le Suites per uno strumento, il violoncello, che agli inizi del Settecento era ancora in cerca di se stesso. La scelta si rivelò precorritrice. Cosa accadde però al manoscritto originale? Anna Magdalena, l’amata moglie, l’aveva frettolosamente copiato, poi scomparve, come mai?
Per rispondere a queste domande, Siblin lascia Barcellona per consultare nuovi archivi, ascoltare e intervistare grandi esecutori e persino prendere lezioni di violoncello, all’inseguimento di un mistero che aleggia sul mondo musicale dalla morte di Bach. All’inseguimento di un amore che trova pace soltanto se immerso nelle note delle Suites.

Il Saggiatore

Un tempo il pop ribolliva di energia vitale: la psichedelia degli anni sessanta, il post-punk dei settanta, l’hip hop degli ottanta, il rave dei novanta. I duemila sembrano invece irrimediabilmente malati di passato: i Police e i Sex Pistols tornano sul palco, i Sonic Youth e gli Einstürzende Neubauten rimettono in scena le loro storiche performance live, i negozi di dischi sono invasi da cofanetti celebrativi di vecchie glorie del passato.
Le «nuove» band che riempiono le playlist dei nostri iPod saccheggiano e riciclano la musica dei decenni precedenti: il garage punk dei White Stripes, il vintage soul di Amy Winehouse, il synthpop anni ottanta di La Roux e Lady Gaga. Non solo la musica, ma ogni aspetto della nostra società sembra soffrire della stessa patologia. Basta pensare ai remake di film e telefilm di culto, alla moda del vintage, al revival della cultura hipster e mod.
Perché non sappiamo più essere originali? Cosa succederà quando esauriremo il passato a cui attingere?
Riusciranno gli artisti di domani a emanciparsi dalla nostalgia e a produrre qualcosa di nuovo? Dopo il monumentale Post Punk, Simon Reynolds torna a stupirci con un’analisi meticolosa e provocatoria della cultura pop degli Anni Zero.

Isbnedizioni

Carlo Gesualdo (1566/1613), principe fra i più illustri e potenti della sua epoca, fu mecenate, liutista provetto e compositore eccentrico. Le tormentate vicende della sua vita, sullo sfondo della Controriforma e del crepuscolo del Rinascimento, sono state oggetto non solo di studi storici, ma anche di opere letterarie, musicali, teatrali, cinematografiche.
Forte delle prerogative nobiliari, egli sperimentò a piacimento sui procedimenti e le risorse del madrigale polifonico rinascimentale, con un’arditezza che ancora oggi sorprende. Dalle inquietudini del suo tempo fu fortemente turbato, e inquietudini e tensioni emergono dalla sua musica, ossessivamente concentrata sui temi del tormento amoroso e della morte.

Al di là dell’intrigante ricostruzione biografica, il presente volume si propone di offrire un quadro sintetico ma esauriente della produzione musicale – e del contesto che la vide fiorire – di uno dei grandi testimoni del manierismo musicale.

L’EPOS Società Editrice

Un Autoritratto “C’è qualcosa che voglio dire fin dall’inizio …. io non mi sento esattamente un musicista, e, quando mi ascolto suonare, ci sono momenti in cui realizzo che non si tratta solo di musica” (1990). “Una sensazione che conosco bene è quella di sentirmi solo. D’altronde è questo il prezzo che devi pagare se vuoi essere te stesso. E non credo affatto di soffrirne, ma ho l’impressione di non aver nulla da dire alla maggioranza delle persone …” (1989). “Mi accorsi tutto a un tratto che adesso potevo suonare il piano …non stavo più cercando di suonare con me stesso! Su di una scala che va dalla A alla Z, la Z corrisponde al momento in cui raggiungi la tua vera voce, riesci a mantenerla e solo con essa crei la musica”. “Tu pensi alle pause come a momenti vuoti, cioè un accordo e … un accordo e … eppure all’interno delle pause c’è la musica” (1990).

EDITORI RIUNITI

Affrontare la traduzione di un libro che ha, accanto a figure centrali della musica rock come Elvis Presley o Robert Jonson, continui riferimenti a Herman Melville, Mark Twain, Jonathan Edwards, F. Scott Fitzgerald, Alexis de Tocqueville o i Padri Pellegrini, capirete, non è stata impresa facile.
Mystery Train non è “solo” un libro sul rock, è anche un profondo trattato di letteratura, sociologia e antropologia che ha come tema l’America interpretata attraverso la musica rock.
Il linguaggio di Greil Marcus non è semplice, talvolta decisamente complesso, elabora pensieri profondi, ma, come una di quelle lunghe e solo apparentemente svisate della chitarra di Jimi Hendrix, ha sempre una direzione, e dopo un po’ vi conduce all’immenso piacere della lettura.
Questo libro è giustamente considerato il più importante libro che sia mai stato scritto sulla musica rock, non solo per l’unicità della concezione e per il fascino in esso contenuto, ma perchè ha posto le basi di una scienza, allora, nel 1975, tutta nuova e in divenire, quella della critica rock, indicandone l’approccio corretto.

EDITORI RIUNITI

Alfred Brendel è uno dei massimi pianisti viventi, ammirato e seguito ovunque da un pubblico vasto e compatto. Ed è un pianista che cambia il modo di ascoltare certe opere: il suo Schubert, il suo Beethoven, il suo Haydn, il suo Liszt hanno trasformato la nostra visione di questi sommi compositori, Ma Brendel è anche un acuto saggista, che ha analizzato in numerosi scritti questioni musicologiche ardue e sottili. Entrambi questi aspetti confluiscono ora nel Velo dell’ordine: vivace ricostruzione di come si è formata la sua fisionomia e sensibilità di pianista e al tempo stesso indagine trasversale, minuziosa – ma anche preoccupata di trasmettersi al lettore non tecnico – sulle opere maggiori del suo repertorio. Formula difficile, insieme idiosincratica e onniavvolgente, che tuttavia questo libro applica in maniera felice e quanto mai utile, giacchè gli appassionati troveranno qui argomentate ed esplicitate le ragioni delle scelte di Brendel e un nuovo tracciato attraverso il paesaggio folto e fascinoso della letteratura pianistica.

 Adelphi

Perché oggi nel consumo della musica YouTube e Spotify sono più importanti della radio, della TV e dei giornali? Che impatto hanno streaming, algoritmi e smartphone sulla scoperta di un nuovo artista e sulla formazione dei gusti musicali? Quale futuro attende la musica nell’era dell’intelligenza artificiale e di altre tecnologie digitali emergenti? Gli autori rispondono a queste e ad altre domande riflettendo sul ruolo che le nuove tecnologie hanno nelle nostre esperienze musicali quotidiane. Avvalendosi di esempi, dati quantitativi e interviste con giovani consumatori di musica e professionisti dell’industria musicale, il libro guida il lettore a capire come funzionano le piattaforme che stanno dietro la produzione, la distribuzione e l’ascolto della musica nella società digitale.

Il Mulino Upm Editore

Ascoltare musica è un’attività culturale strettamente legata all’uso di particolari dispositivi tecnologici come gli impianti hifi, i lettori cd e i riproduttori di musica digitale.
Il consumo di tecnologie non si limita a influenzare abitudini e gusti musicali, ma più in generale contribuisce a trasformare le relazioni, le amicizie, le identità e perfino gli ambienti in cui gli ascoltatori vivono.
Partendo da racconti in prima persona di esperienze fatte con diversi «oggetti sonori» – dai dischi in vinile ai lettori digitali come l’iPod, dagli amplificatori analogici ai personal computer – il libro mostra come le implicazioni dell’uso di queste tecnologie contribuiscano a trasformare il nostro contesto sociale e relazionale quotidiano.

Il Mulino

“Un Romanzo che ha il timbro e l’intensità di un grande Blues” Stati Uniti, anni Quaranta. In una valle del profondo Sud, pervasa dagli incubi del fanatismo religioso, vive Euchrid Eucrow: muto, ritardato, epilettico, il giovane viene emarginato da una comunità che idolatra il suo profeta fondatore e si affida alla guida di predicatori invasati. Un mondo di odio, ignoranza, dolore. Per salvarsi, il protagonista si chiude in un proprio universo, sempre più solo, sempre più folle. Soltanto quando i suoi concittadini timorati di Dio dichiareranno che una trovatella è la Prescelta, Euchrid oserà opporsi, prendendo una decisione che avrà tremende conseguenze … Salutato da critica e pubblico come un capolavoro e tradotto in moltissime lingue, E l’asina vide l’angelo è il primo romanzo di Nick Cave: un racconto crudo e brutale, dagli accenti gotici, scritto in una prosa sorprendentemente poetica e barocca. Un libro inquietante, intenso e bellissimo.

BIblioteca Mondadori

Questo libro forse racconta delle vite inventate, e forse è una piccola storia immaginaria del jazz, però sembrano tutte vite vere ed autentiche, tanto sono squinternate, inconcludenti, insensate e senza morale. Qui i jazzisti sono più prossimi ai mentecatti che ai musicisti, tutti presi dalla loro mania e dal loro musicale furore, e così la musica appare come un fiore variopinto che nasce dal comune letame e dal fango. E’ un libro che a me di continuo fa ridere, anzi mi fa ridacchiare, e in modo interiore, che non si sente: per cui dall’esterno sembra che io stia leggendo una storia seria del jazz. Ermanno Cavazzoni Caro Aldo Gianolio, ho letto i tuoi racconti tutti d’un fiato, non senza un po’ di gusto, cioè con qualche bella ghignata. Mi hai fatto ridere con il tuo umorismo, con tutte quelle trovate per sfottere quei poveri suonatori neri e quegli esaltati critici bianchi, con un fondo di acrimonia verso il mondo in generale (per come va), stemperato dall’amore e dall’ammirazione verso quella grande musica che è il jazz. Gianni Celati In questo libro l’autore inventa episodi di vita di alcuni grandi musicisti di jazz avvalendosi di un’arma che sempre più raramente si trova nei libri di narrativa, cioè l’umorismo. E’ un omaggio al jazz e ai suoi protagonisti di cui Gianolio si serve per dire scopertamente altre cose che gli rodono, con la nascosta speranza che il mondo si possa rettificare. Il mondo continuerà ad essere quello che è sempre stato, ma almeno ora può fare conto su un bel libro in più. Daniele Benati A me, primo, quel regista lì americano a me primo a me non piace per via che non so mai come si scrive il suo nome, primo. Secondo, come ha dimostrato Lev Nikolaevic Tolstoj nella sua Sonata a Kreutzer, per scrivere bisogna essere capaci e bisogna sapere quel che si scrive, secondo. Terzo, Aldo Gianolio scrivere è bravo una cifra e di jazz ne sa un totale, questo per terzo. Quarto, sembran racconti, invece è tutto un intero che uno così immaginarselo senza averlo mai letto non se lo può immaginare. E basta. Paolo Nori

I LIBRI DELLO ZELIG MOBYDICK

Di fronte al termine “romanticismo” – che è la modalità predominante dell’espressione musicale nel XIX secolo – l’associazione che sorge spontanea è quella con il tumulto di passione e di sentimento di cui sono impregnati capolavori come lo Studio per pianoforte di Chopin detto “della rivoluzione”, oppure l’Anello del Nibelungo, l’epico dramma musicale composto da Wagner. Arnold Whittall descrive la musica romantica nei suoi esordi in Germania, in Italia e in Francia, attraverso l’opera di Weber, Schumann, Doninzetti, Berlioz e Chopin. Analizza poi le creazioni di Wagner e Verdi destinate al teatro lirico, accanto alle opere di Liszt, in cui prevale il carattere strumentale, e quelle dei musicisti appartenenti alle scuole nazionali, nate nell’Ottocento in Russia, in Boemia e nella penisola scandinava. Infine, ripercorre le fasi del tardo romanticismo nella sua fioritura di Vienna, attraverso l’opera di Brahms, Bruckner e Wolf, mostrando come Mahler, Puccini, Rachmaninov e Sibelius abbiano proseguito la tradizione romantica fin nel XIX secolo.

SKIRA RIZZOLI

Vogliamo parlare di musica? In Nick Hornby troviamo un interlocutore d’eccezione, un grande appassionato, uno scrittore che con Alta Fedeltà ha creato una colonna sonora in cui si è riconosciuta un’intera generazione. 31 canzoni può essere letto così, come una lunga chiacchierata sulla musica pop e rock, fra autore e lettore. Con la scelta di trentun brani degli ultimi tre decenni, Hornby non vuole soltanto compilare la sua top 30, ma parlarci delle ragioni che lo hanno fatto innamorare di questi pezzi. E così, l’elogio di un giro di chitarra o la rievocazione di un riff cedono il passo a ricordi, aneddoti divertenti, squarci di vita notturna londinese e finali di calcio, amori finiti e appena sbocciati, cantautori in cerca di fama, gruppi spalla e tenaci gestori di negozi indipendenti di dischi. Certe canzoni sono il corrispettivo perfetto di idee ed emozioni, colonne sonore ideali per pezzi di vita: se Thunder Road di Bruce Springsteen rappresenta perfettamente l’autore, I’m Like a Bird di Nelly Furtaldo è un inno alla leggerezza e all’ottimismo; se Smoke di Ben Folds è stata degna compagna del suo divorzio, Caravan di Van Morrison potrebbe essere il sottofondo del suo funerale.
Ogni lettore confronterà i propri gusti, si troverà a concordare e talvolta forse a dissentire. Su una cosa di certo sarà d’accordo. Che siano gli intramontabili Rod Stewart e Bruce Springsteen, che siano i Led Zeppelin, i Clash o l’ultimo successo radiofonico, il pop è un’arte che riesce magicamente a dare voce a noi stessi, che tocca quei sentimenti minori di cui è composta una giornata qualunque, una settimana e quindi una vita intera. Gli stessi sentimenti che lo sguardo arguto e l’ironia di Hornby riescono a cogliere in ogni sfaccettatura.

Guanda

Così Cortazar descrive il protagonista di questa <>, aggiungendo di averlo cercato a lungo nel mondo della letteratura e dell’arte, di essere <> da lui per molto tempo e di averlo infine riconosciuto nel profilo biografico di Charlie Parker, diventato subito mito dopo la morte del musicista.

Omaggio al mondo del jazz e alle sue ossessioni creative, cui Cortazar era così intimamente iniziato, Il persecutore – pubblicato per la prima volta nel 1959, nella raccolta Las armas secretas – non è soltanto racconto biografico, ma interrogazione in forma narrativa sull’irriducibile alterità del genio artistico. La figura tragica di Charlie Parker, rinominato Johnny Carter, si incrocia nel racconto con quella cinica e razionale di Bruno, il critico musicale affascinato dall’artista maledetto, ma anche desideroso di cannibalizzarlo, di appropriarsi della sua magia, e forse conscio di essere invece destinato a normalizzarlo, a riprodurre di lui un’idea sostanzialmente conformista. Una polarità di personaggi che ben rappresenta il rapporto impossibile con l’altro, che è sempre dentro di noi, ma sempre rimane inaccessibile.

Einaudi

La sera del 30 gennaio 1980 Youri Egorov, astro nascente del pianoforte, dà uno dei suoi primi, memorabili concerti nell’Europa occidentale, interpretando gli studi di Chopin. Per Jan Brokken è una folgorazione e l’inizio di un legame profondo: dalle prime battute riconosce in lui il talento che ogni giorno sente esercitarsi nella casa vicina.
Dalla nativa Kazan, dopo l’inizio di una promettente carriera, Youri Egorov aveva deciso, come Rudolf Nureyev, di fuggire, approdando finalmente ad Amsterdam dopo un rocambolesco rifugio in Italia.
Al grande danzatore russo lo unisce anche l’omosessualità, tenuta segreta in Unione Sovietica, che ora può vivere liberamente in Olanda, dove non corre più il rischio di essere internato.
In Occidente il successo non si fa attendere, così come le grandi tournée internazionali, le registrazioni, la consacrazione accanto ai più acclamati cantanti e direttori d’orchestra.
Ma sotto il talento prodigioso cova la fragilità dell’uomo, esacerbata dalla perenne insoddisfazione e dall’amore disperato per la Madre Russia.
Youri si aggrappa alla stretta cerchia di amici che orbita intorno alla sua casa di Amsterdam, una nuova calorosa «famiglia»: l’architetto Brouwer, suo compagno di vita, la «principessa» Tatjana e il gruppo di hippy, musicisti e creativi che lo sentiranno suonare le ultime tragiche note, prima della prematura morte per aids, a soli trentatré anni.
Con delicatezza e toccante umanità, Brokken racconta la storia di un grande musicista, di un’amicizia, di un’epoca, di un’Amsterdam post-Sessantotto irresistibile per fascino trasgressivo, stimoli culturali e ansia libertaria.

Iperborea Editore

Primavera del 1941, Mosca. Un giovane pianista, Aleksej Berg, alla vigilia del suo concerto più importante, scampa per puro caso a una retata della polizia di Stalin. Mentre i suoi genitori vengono arrestati, lui riesce a fuggire e a nascondersi lontano della capitale. Intanto però la guerra e l’avanzata tedesca gli offrono l’occasione per far perdere per sempre le proprie tracce. Fingere di essere una persona completamente diversa significa soprattutto dimenticarsi della musica, non posare mai più le mani su una tastiera. E. Aleksej ci riesce, fino alla sera in cui la musica ritorna con la prepotenza di un urlo a lungo represso. Un romanzo breve che ha il respiro delle grandi narrazioni, uno scrittore che riunisce in sé due delle delle più importanti tradizioni letterarie europee.

Einaudi

“Il modo migliore per conoscere il Trio di Ravel è quello di ascoltarlo dopo una fiera batosta, oppure storditi di stanchezza, con la testa che ronza a vuoto, gli occhi pesti e i nervi ancora tutti drizzati e indoloriti: così conciati, il primo tema del pianoforte, pianissimo, con il suo ritmo lieve e sospeso, con il suo gioco fra commosso e ironizzato, ci trasporta al primo rintocco in un mondo nuovo…”.
Non è facile, nell’esiguo spazio di una pagina, scrivere di un capolavoro immortale della storia della musica, coglierne l’essenza in pochi tratti con impareggiabile stile e chiarezza, indurci ad ascoltarlo subito (o a riascoltarlo più consapevolmente, se già lo conoscevamo) e consigliarci un autorevole esecuzione su compact disc.
Giorgio Pestelli ci riesce sapientemente in questo libro, che raccoglie oltre duecento “profili” di classici imprescindibili della musica occidentale, pensati per un “ipotetico lettore digiuno di musica classica cui fornire una traccia per formarsi una discoteca essenziale”.
Da Monteverdi a Beethoven, da Bach ai compositori del Novecento “storico”, tutti sfilano sotto i nostri occhi, pagina dopo pagina, con i loro capolavori e con gli interpreti che li hanno eseguiti in registrazioni discografiche esemplari.
Un percorso stimolante e ricco di sorprese che non mancherà di affascinare anche il musicofilo più esigente.

Einaudi

Nella sala di lettura della biblioteca di Chicago, un giovane non ha ancora gettato uno sguardo ai documenti sui quali dovrebbe lavorare. I suoi occhi sono irresistibilmente attratti da una ragazza seduta davanti a lui: ha un’aspetto fragile e sicuro insieme, i capelli scuri che le arrivano alle spalle, il volto pallido senza trucco, uno sguardo fuori dall’ordinario… Tra un po’ la ragazza si alzerà, e lui la seguirà fino al bar della biblioteca, dove scambierà con lei le prime parole. Le dirà che è svizzero e sta scrivendo un libro sui treni di lusso americani. Saprà che lei si chiama Agnes, è americana, studia fisica e suona il violoncello. Il suo divertito cinismo la stuzzicherà talmente che si rivedranno spesso. Passeggeranno sulle sponde del lago Michigan a discutere con gravità tutta giovanile di arte e politica, scienza e sentimento. Si innamoreranno… Un giorno però Agnes gli chiederà:”Perchè non scrivi una storia su di me? Così so che cosa pensi veramente”. Lui lo farà e, nove mesi dopo, sarà costretto ad annotare: “Agnes è morta. L’ha uccisa un racconto. Di lei non mi è rimasto nulla, se non questo racconto”. Nella sala di lettura della biblioteca di Chicago, un giovane non ha ancora gettato uno sguardo ai documenti sui quali dovrebbe lavorare. I suoi occhi sono irresistibilmente attratti da una ragazza seduta davanti a lui: ha un’aspetto fragile e sicuro insieme, i capelli scuri che le arrivano alle spalle, il volto pallido senza trucco, uno sguardo fuori dall’ordinario… Tra un po’ la ragazza si alzerà, e lui la seguirà fino al bar della biblioteca, dove scambierà con lei le prime parole. Le dirà che è svizzero e sta scrivendo un libro sui treni di lusso americani. Saprà che lei si chiama Agnes, è americana, studia fisica e suona il violoncello. Il suo divertito cinismo la stuzzicherà talmente che si rivedranno spesso. Passeggeranno sulle sponde del lago Michigan a discutere con gravità tutta giovanile di arte e politica, scienza e sentimento. Si innamoreranno… Un giorno però Agnes gli chiederà:”Perchè non scrivi una storia su di me? Così so che cosa pensi veramente”. Lui lo farà e, nove mesi dopo, sarà costretto ad annotare: “Agnes è morta. L’ha uccisa un racconto. Di lei non mi è rimasto nulla, se non questo racconto”.

NERI POZZA ROMANZO

“Quando hai la musica in te, non ti serve altro: Il blues è un dono del cielo, qualcosa che ti scorre nelle vene, che ti nutre e ti riempie l’anima.” – Maxence Fermine. In locali fumosi, dove le note del blues ondeggiano malinconiche e struggenti, si incrociano le storie di celebri giocatori d’azzardo, musicisti leggendari, gangster entrati nella storia del crimine: personaggi scagliati sul grande bigliardo della vita e destinati a scontrarsi in modo da restarne segnati per sempre, o a non sfiorarsi che per un millimetro che manca a una palla per assicurare il punto vincente, o a due persone per incontrarsi, conoscersi, amarsi davvero. E così John Lee Hooker, giovanissimo, assiste a una sfida a biliardo tra Al Capone e Willie Hoppe, che gli farà capire di avere davanti a sé un futuro di gloria; Il sassofonista Max Coleman suona con la cantante Diana King, una donna che si incontra una sola volta nella vita, e il giocatore di poker Willcox arriva a una svolta decisiva dopo la partita mozzafiato con un produttore cinematografico di dubbia fama. Tre personaggi indimenticabili, portatori dei segreti del gioco d’azzardo e della musica, forze irrazionali in grado di svelare il vero carattere degli esseri umani; tre personaggi che sfidano la sorte, scommettendo sul proprio destino nella speranza, tutta umana, di vincere.

BOMPIANI

Prima che fossero inventati i video musicali, erano le copertine a rendere la musica “visibile”. Quando ancora non esistevano i CD, i vinili offrivano uno spazio di poco più di 30 x 30 cm in cui fotografi, designer e pittori potevano dare libero sfogo al loro talento e alla loro ispirazione e produrre anche vere e proprie opere d’arte. Dovevano fare in modo che fosse la musica – o il titolo dell’album, o l’attitudine dell’artista – a parlare attraverso l’immagine di copertina. Essa doveva “risuonare” dallo scaffale sul quale era riposta, richiamando l’acquirente come una sirena, ammaliando con i suoi colori, la sua eleganza, la sua originalità. E finiva per rispecchiare, in qualche modo, un’epoca.

Mondadori Electa

Dalle ritualità primitive, osservate secondo un’ottica antropologica, alle esperienze classiche e preclassiche, dall’incontro tra la civiltà pagana e l’era cristiana, fino al grande tema del teatro musicale, il volume ripercorre fasi suggestive della storia della musica. Nelle quattro parti del libro si rincorrono e intrecciano fattori apparentemente eccentrici quali lo sciamanesimo occidentale, la simbologia e l’astrologia di ascendenza greco-romana, nonchè le dinamiche metafisiche e misteriose riconducibili al senso del sacro che ha sempre accompagnato il cammino della musica. Un’appendice sul Novecento introduce elementi di riflessione intorno a uno dei periodi più inquietanti dell’intero percorso esaminato e dalle potenzialità tutt’altro che esaurite.

Le Lettere

Vicende storiche e musiche di tre gruppi etnici – Scotch/Irish, Cajuns, Tejanos – alla ricerca di una difficile integrazione nella società americana, partendo dalla posizione marginale di essere minoranze etniche e sociali subalterne nelle zone depresse del Sud degli Stati Uniti: Southern Appalachians, Luisiana, Texas. Tale percorso si snoda attraverso il commento ai testi delle canzoni come “specchio” di una realtà sociale in forte conflitto etnico, culturale, politico, concepito con l’obiettivo di far conoscere argomenti poco noti, restituendo dignità agli aspetti musicali di queste culture. Di argomento inedito nelle saggistica italiana, il libro si completa con una ricca discografia commentata.

L’Epos

C’è un momento decisivo nella biografia artistica di Arvo Pärt. Intorno alla metà degli anni settanta, dopo aver attraversato le più rilevanti esperienze musicali del Novecento, il compositore si impone in un lungo silenzio. Sente di dover avviare una ricerca ancor più radicale, puntare alla pura essenzialità del suono, liberandolo dal tecnicismo e dalle artificiosità dei linguaggi contemporanei. Da quel lungo e coraggioso apprendistato nascerà lo stile tintinnabuli, una musica semplice, austera, minimale, venata di misticismo e talvolta quasi incantatoria. L’intero arco creativo di Arvo Pärt ha come pietra angolare quel punto di crisi; il prima e il dopo, si comprendono a partire da lì. Attorno al “tempo dell’attesa” che prelude alla svolta tintinnabuli, ruota anche la conversazione con Enzo Restagno, che occupa una buona parte di questo volume e raccoglie dalla voce del compositore l’evocazione degli anni formativi in Estonia, le prime esperienze artistiche, il difficile rapporto con l’estabilishment sovietico fino al sofferto e avventuroso trasferimento a Vienna, all’inizio degli anni ottanta. Poi, la genesi di molte delle sue opere più note e l’incontro con i tanti esecutori che hanno sollecitato sue composizioni, come Andreas Mustonen, Gidon Kremer, Paul Hillier. Una seconda parte raccoglie testimonianze e brevi conversazioni, alcune dovute a quegli stessi musicisti, in particolare il fondatore dello Hilliard Ensamble, Paul Hillier, e Jordi Savall; saggi di maggior respiro fanno il punto, con indagini sistematiche e sguardo critico, sulle implicazioni estetiche e sulla poetica musicale di Pärt, ormai oggetto di culto per moltissimi appasionati.

il Saggiatore

David Byrne voce e fondatore dei Talking Heads si racconta in un libro, che ripercorre il suo rapporto con la musica. Inizia dalle sue prime esperienze, ci racconta di come la musica abbia modellato il suo tempo, riflette su come le nuove tecnologie abbiano cambiato il suo modo di fare e ascoltare musica, confessa quelli che gli sembrano ora gli errori della sua carriera. Disegna così un affresco della musica pop ed elettronica degli ultimi decenni, parlando del suo lavoro con i Talking Heads, Brian Eno, Caetano Veloso, Robert Wilson raccontandoci cosa ha significato lavorare con loro segnando per sempre il panorama musicale.

BOMPIANI  Editore

Per amare davvero la musica non occorre saper leggere le note musicali né conoscere la differenza tra una sinfonia e un quartetto. E non è vero che ascoltare un brano classico impedisca di ascoltare la musica leggera, o viceversa. Amare la musica significa soprattutto essere convinti di avere a che fare con un mondo meraviglioso e magico in cui convivono tradizione e innovazione, in una varietà infinita di soluzioni e di tendenze da esplorare con le proprie orecchie e il proprio cervello. Un viaggio possibile fra le mura domestiche, ma che risulta assai più affascinante frequentando i teatri e le sale da concerto, senza farsi trarre in inganno dalle mode e dagli emblemi dell’industria dello spettacolo. Al tempo stesso guida all’ascolto e impeccabile galateo per diventare ascoltatori smaliziati, questo libro spiega ciò che è indispensabile sapere su linguaggi, compositori e interpreti, forme musicali e stili delle diverse epoche.

Bompiani

“La mia strada era stata lunga e avevo cominciato dal niente. Ma adesso il destino stava per manifestarsi, e io avevo la sensazione che stesse guardando dritto in faccia a me, e a nessun altro.” Così scrive Bob Dylan in Chronicles, Volume 1, il libro che esplora i momenti critici di transizione nella sua vita e nella sua carriera. Siamo nel 1961, all’epoca in cui Dylan giunge a Manhattan, ed è attraverso i suoi occhi e la sua mente aperta che possiamo gettare uno sguardo nel Greenwich Village. La New York di Dylan è la magica città delle possibilità: feste piene di fumo che durano la notte intera, straordinarie scoperte letterarie, amori passeggeri e amicizie indistruttibili. Osservazioni elegiache sono punteggiate da penetranti, impietosi affondi di memoria. La voce di Dylan è distintamente americana: generosa di spirito, impegnata, fantasiosa e ritmata. Con i suoi successivi viaggi a New Orleans, a Woodstock, nel Minnesota e in località dell’Ovest, Chronicles Volume 1 è il resoconto intensamente personale di tempi assolutamente straordinari. Di volta in volta rivelatore, poetico, appassionato e ironico, questo libro è un incantevole spiraglio sui pensieri di Bob Dylan e sulle influenze che lo hanno nutrito. Grazie al suo impareggiabile talento di narratore e alla sua squisita espressività – entrambe le qualità sono anche il marchio della sua musica – Bob Dylan trasforma la sua autobiografia in una toccante riflessione sulla vita, le persone e i luoghi che hanno contribuito a formare l’uomo e la sua arte.

Varia/Feltrinelli

Arturo Benedetti Michelangeli (Brescia 1920 – Lugano 1995) è uno di quei pianisti che tutti gli appassionati credono di conoscere, ma di cui nessuno ha informazioni precise. Poco o nulla si conosce della sua vita privata; egli stesso affermava di non averne una, perchè si dedicava allo studio, all’esercizio e all’insegnamento. L’artista è invece conoscibile: si può ammirare la sua straordinaria disciplina mentale, la perfezione tecnica davvero unica, la coscienza ascetica della forma musicale, la sconfinata gamma dei mezzi espressivi. Cord Garben, produttore discografico della Deutsche Grammophon, pianista e direttore d’orchestra, ha accompagnato dal 1975 al 1992 questo genio enigmatico, dal carattere schivo e ipersensibile, noto anche per le frequenti cancellazioni dei suoi concerti. Ricco di approfondite annotazioni musicali, il libro rivela per la prima volta gustosi aneddoti sull’uomo ed importanti retroscena sulle celebrate incisioni di Chopin, Debussy, Beethoven, Schubert, Brahms e Mozart. Ciò che si può sapere sul Maestro, che cosa significasse per il musicista sostenere il fardello delle proprie esigenze artistiche e delle attese del pubblico, si può leggere sulle pagine di questo libro. Ed anche ascoltare, perchè il CD allegato contiene fra l’altro una lunga registrazione inedita di una prova del Concerto di Mozart KV 466: Benedetti Michelangeli e Cord Garben a due pianoforti, con le illuminanti spisgazioni verbali del Maestro.

Zecchini Editore

Difficile poter dire se si tratta di un libro, una collezione fotografica o una raccolta di dischi a tema. La verità è che è un po’ di ognuno. American Beauties è un omaggio fotografico alle leggende della strada. Una vera e propria dichiarazione d’amore che ha rappresentato dal 1950 in poi uno vero e proprio stile di vita. Fotografie di bellissime automobili cromate a immortalare uno dei più rappresentativi periodi della storia culturale americana. Un vero piacere sfogliare le pagine ed ascoltare tutti d’un fiato i 4 compact disc a corredo del libro da Little Richard, Percy Sledge, The Platters fino a Ben E. King e Bobby Sherman.

“Vorrei che si affermassero sempre più le convinzioni che ispirano il nostro modo di lavorare: studiosi, politici, artisti, organizzatori, responsabili e semplici cittadini possono, insieme, determinare una reale collaborazione tra arte, scienza ed etica.” Claudio Abbado ci parla della sua attività da quando è stato eletto direttore musicale e artistico della Berliner Philarmonisches Orchester. La sua conversazione con Lidia Bramani ci guida con passione a esplorare l’affascinante universo musicale, culturale ed esistenziale che è nato e che si è sviluppato, anno dopo anno, intorno ai temi proposti nei “cicli berlinesi”: Prometeo (’91-’92), Holderlin (’92-’93), l’antichità e i miti greci (’93-’94), Faust (’94-’95), Shakespeare (’95-’96), Buchner-Berg (’96-’97), Der Wanderer (’97-’98), Liebe und Tod (’98-’99) e Amore e Morte (’99-2000). Non solo quindi si scopriranno nuove prospettive per comprendere alcuni grandi capolavori, dall’Otello di Verdi al Wozzeck di Berg, dal Combattimento di Tancredi e Clorinda di Monteverdi al Tristan und Isolde di Wagner, ma si potranno seguire le molteplici vie che, dalla musica, conducono alla società e alla vita. Riflessioni, accostamenti e analogie che coinvolgono tutte le forme d’arte e che potranno avviare il lettore verso un autonomo cammino, alla ricerca delle ricchezze custodite dalla storia di ieri e di oggi.

BOMPIANI

Che Mozart avesse aderito alla massoneria è fatto ormai noto a molti. Non tutti sanno, invece, come questa adesione, che lo portò a stringere intensi legami con le logge viennesi, avesse alimentato in lui il progetto di dare vita a una società segreta ispirata ai valori fondamentali della tradizione massonica. Abituale frequentatore dell’intellighenzia più progressista dell’epoca, uomo di grande umanità e di straordinaria cultura, in possesso di una selezionatissima biblioteca, Mozart non fu soltanto l’immortale compositore che tutti conoscono e nemmeno il genio capriccioso e infantile che molti hanno descritto. Personaggio scomodo e irriverente, nel corso della propria vita coltivò gli ideali illuministi della libertà e dell’eguaglianza senza mai cedere alle derive ideologiche della grandiosa congerie storica e culturale di cui fece parte: libertario convinto e tuttavia ostile all’uso della violenza, fervente anticlericale che pure coltivò una forte visione sacrale dell’esistenza, Mozart è stato un artista capace di dare agli uomini della nostra epoca una grande lezione di modernità. Segna la sua singolare visione del mondo – non del tutto assimilabile alle correnti che sarebbero sfociate nella Rivoluzione Francese – anche l’elemento alchemico ed esoterico. Smantellando i cliché romantici del musicista completamente assorbito dalla propria opera ed estraneo al mondo che lo circonda, Lidia Bramani dà vita a una documentatissima e sistematica ricostruzione del complesso universo mozartiano, riconducendolo a una concezione unitaria in cui a parlare sono le ultime grandi opere destinate al teatro, dalle Nozze di Figaro alla Clemenza di Tito, passando per Don Giovanni, Così fan tutte e Il flauto magico.

Bruno Mondadori

La musica è prima di tutto suono, non partitura né oggetto o merce sotto forma di disco. Eppure i dischi sono diventati il modo prevalente del nostro tempo di fare e ascoltare musica.
Da questa semplice constatazione prende le mosse un incisivo quanto insolito saggio sulla riproducibilità tecnica del suono in rapporto sia alla composizione sia alla ricezione musicale.
Cosa succede infatti quando da evento mistico-rituale unico e inafferrabile la musica si trasforma in comune bene di consumo, collezionabile, scambiabile e utilizzabile in qualsiasi momento della giornata?
Raccontando con verve la fascinosa storia del disco e di quel singolare popolo di inventori, produttori, imprenditori, direttori, tecnici e cantanti che contribuirono alla sua diffusione, e accantonando ogni tentazione nostalgica di benjaminiana memoria, il libro mostra come la tecnica abbia in realtà affrancato la musica da qualsiasi spazio-temporale per dischiudere la via metafisica di una sua più elevata fruizione.

INSTAR LIBRI

The Bob Dylan Scrapbook: 1956-1966 è un importante pezzo da collezione, una biografia interattiva e riccamente illustrata che apre una prospettiva speciale su uno dei decenni più entusiasmanti della carriera di Bob Dylan. Contiene interviste, immagini d’archivio, riproduzioni di testi autografi di canzoni leggendarie come Blowin’ in The Wind e Like a Rolling Stone, materiali rarissimi e ormai introvabili tratti dalle raccolte di collezionisti di tutto il mondo, memorabilia che, al di là dell’interesse biografico, offrono il disegno singolare di un’importante epoca di storia del rock and roll. Lo Scrapbook racconta un periodo cruciale: gli anni dell’arrivo di Bob Dylan a New York nel 1961 e il suo affermarsi come una delle voci più importanti del suo tempo. Il libro raccoglie una trentina di memorabilia e fac-simile estraibili come, per esempio, adesivi che pubblicizzano Dont Look Back, il programma del primo concerto di Dylan alla Carnegie Chapter Hall, gli appunti del critico musicale Robert Shelton sull’indimenticabile performance “elettrica” al New Port Folk Festival nel 1965. Il cd allegato documenta l’affermazione di Dylan come musicista e personaggio pubblico, dalle prime interviste in cui inventava la sua biografia fino a quelle registrate nel 2004 per il film di Martin Scorsese No Direction Home, in cui rievoca gli anni degli esordi. Le tracce comprendono tra l’altro, la prima apparizione radiofonica al Folk Song Festival di Oscar Brand. Frutto di un’attenta ricerca, lo Scrapbook è il magnifico tributo a un artista che ha segnato il nostro tempo.

Feltrinelli Editore

Da Paoli a Capossela, da Mina alla Consoli, questo nuovo volume della collana Jukebox del Millennio (dopo quello su rock, jazz, blues e classica) prende in esame i 100 dischi più significativi per conoscere la storia e l’evoluzione della musica popolare italiana a partire dai primi anni Sessanta, quando essa diventa un’ industria di consumo di massa. In ordine cronologico sono analizzate le opere dei cantautori storici (De Andrè, De Gregori, Guccini, Dalla), la vivace stagione del beat italiano così come l’ondata “progressive” che ha sancito il successo di gruppi come PFM, Banco e Area. E poi il rock di Vasco e Ligabue, il blues di Zucchero, il pop di Eros Ramazzotti, il rap di Jovanotti, i nuovi nomi di fine millennio (CSI, Afterhours, Almamegretta). Ogni album è esaminato con brevi cenni biografici dell’artista in questione, retroscena e aneddoti sulla realizzazione dello stesso, testimonianze dei diretti interessati e attento inquadramento storico; per ogni disco, inoltre, se ne consigliano altri tre nella medesima vena artistica. In totale, quindi, il libro offre una panoramica di 400 lavori che hanno contribuito a fare della canzone italiana un genere in continuo divenire.

Editori Riuniti

“Un miracolo, per concessione di Dio palesatosi a Salisburgo”, ebbe luogo il 27 gennaio 1756, al terzo piano della casa al n.9 di Getreidegasse. Era nato Wolfgang Amadeus Mozart. Convinto che il compito affidatogli dalla Provvidenza fosse di “convincere il mondo di questo miracolo”, il padre Leopold trasformò Wolfgang non solo in un precocissimo compositore e virtuoso del clavicembalo e del violino, ma anche nell’enfant prodige più celebre dell’epoca, capace di trionfare nelle corti europee e sbalordire la Città Eterna carpendo l’intera melodia del Miserere di Allegri al primo ascolto nella Cappella Sistina. In questa biografia, il grande musicologo inglese Stanley Sadie ricostruisce in una narrazione avvincente, condotta sulla base di un rinnovato esame delle fonti – dall’epistolario ai manoscritti autografi – l’infanzia e la travolgente giovinezza del compositore, sfatando la mitologia romantica che ancora grava sull’interpretazione della vicenda umana di Mozart. Sadie chiarisce la genesi dei capolavori giovanili, indissolubilmente intrecciata alla biografia del compositore, e ne fornisce una preziosa analisi esplorando l’universo creativo di Mozart da due punti di vista: l’occasione per cui furono composti i singoli lavori e i complessi rapporti che li legano tra loro.

SAGGI BOMPIANI

“D’estate, negli anni Sessanta, quando ero bambino, sbocciavo insieme a canzoni destinate a rimanere come un indelebile tatuaggio dell’anima, una vocina arcana, profonda, che sussurrava le nenie di artisti che sarebbero divenuti familiari e presenti, per il resto della mia vita, al di là dei gusti, del piacere, della piega professionale che avrei seguito. Un gruppo intero di motivetti che, ascoltati una volta, non mi avrebbero più abbandonato”. Il libro ripercorre la storia e i motivi di un’epoca, per arrivare fino ai giorni nostri attraverso le voci e i ricordi, i sapori e le parole di un repertorio musicale indimenticato, fatto di successi clamorosi, di canzoni mitiche, di tormentoni e slogan che nessuna moda o mutazione ideologica hanno intaccato, infranto. Tra saggio e costruzione di cronaca, la nascita di un genere e del grande business che ha generato, con la selezione di oltre centocinquanta canzoni raccontate e inquadrate nel loro contesto storico, i cambiamenti di stile, le testimonianze dei protagonisti che tornano alle loro gesta per spiegare un fenomeno irripetibile e unico sul mercato internazionale.

Melampo Editore

“Senza Alan Lomax forse non ci sarebbe stata l’esplosione del blues, e neppure i Beatles, i Rolling Stones e i Velvet Underground”. Brian Eno “Tutti cominciano a sperimentare la malinconica insoddisfazione che appesantiva i cuori dei neri del Delta del Mississipi, la terra in cui è nato il Blues: un senso di anomia e alienazione, l’assenza di radici e di antenati; la sensazione di essere merci più che persone.” Benché non ci sia nulla di profetico nelle anticipazioni di Alan Lomax, è difficile non provare un brivido leggendo i suoi resoconti sull’America rurale della prima metà del Novecento e confrontandoli con la realtà socioculturale che ha determinato la rielezione di George W.Bush. La terra del Blues è, naturalmente, un saggio sulla musica e sui suoi protagonisti, animato dallo scambio appassionato tra figure esemplari della storia del blues e il ricercatore che più di ogni altro ha contribuito a far conoscere questo aspetto della cultura afroamericana. Conversazioni. aneddoti, testi di canzoni, dettagli sulle tecniche esecutive: nessuno meglio di Lomax, lo “scopritore” di Leadbelly, Son House e Muddy Waters, poteva riunire tanto materiale in una narrazione puntuale e convincente per lo studioso e al tempo stesso franca e cordiale come una chiacchierata fra gente del Profondo Sud. Questo conversatore arguto, che si guadagna la fiducia dei braccianti e carcerati perseguitati dalla segregazione razziale, è uno dei fondatori della etnomusicologia moderna, promotore di ricerche in ogni parte del pianeta, Italia compresa.

Il Saggiatore

“Generazioni sono cresciute e cambiate sentendo sullo sfondo della loro vita canzoni, che hanno finito per depositarsi nella memoria collettiva. Il libro di Edmondo Berselli, che ritorna in una nuova edizione arricchita, si occupa di queste canzoni; non però in una dolciastra operazione nostalgia, ma nel tentativo di “far cantare” alcuni momenti della nostra storia. Da Celentano a Mina al beat dei capelloni, da Mogol a Battisti a Vasco Rossi e Baglioni, a Max Pezzali, Berselli racconta atmosfere, climi, gusti, atteggiamenti, oggetti, “pensieri e parole” dei nostri ultimi decenni; e lo fa con quella sfacciata capacità, che è la sua cifra caratteristica, di cucire insieme alto e basso, finezze analitiche e ritornelli pop, venerati maestri e giovani paninari. Riascoltando i versi e le musiche che l’hanno accompagnata, ritroviamo il suono inconfondibile dell’Italia contemporanea, della sua storia, del suo costume.

Il Mulino

Da Pet Sounds dei Beach Boys a Revolver dei Beatles, da My Favorite Things di Coltrane a Estrangeiro di Caetano Veloso, un racconto in trentatre capitoli (più uno) in cui si fondono analisi rigorosa e storia sociale, personaggi indimenticabili e segreti di bottega. Partendo dal valore di ciò che ha resistito al tempo si compone una selezione ideale, tutta da discutere ma tutta da godere. Per scaricare i titoli giusti, per acquistare gli indispensabili, per tornare ad ascoltare in CD quello che si ascoltava in vinile. Perchè la musica è una sola, e bisogna saper scegliere. Nella babele infinita dove tutte le informazioni si annullano, il racconto lucido e autorevole di Assante e Castaldo rimette in gioco il gusto di tornare a ciò che è al fondamento di tutto il resto.

EINAUDI

Poco prima della Rivoluzione d’Ottobre Dimitri Radzanov e Vladimir Horovitz, compagni di studi al conservatorio di Kiev, si affrontano spesso in duelli al pianoforte. L’arrivo dei bolscevichi cambia le loro vite. Horovitz emigra negli Stati Uniti e diventa famoso; Radzanov fugge a Montrouge, dimentica il pianoforte, mette su famiglia, trova un lavoro in un’industria chimica, e, la sera, complotta contro il comunismo. Quale, delle due vite, sarà coronata dal vero successo? Chi, dei due, è il vero genio della tastiera? L’eroica scelta di Dimitri per una vita semplice, discreta e modesta si svolge sotto lo sguardo affettuoso del figlio Ambroise e la feroce disapprovazione della madre. Sarà quest’ultima a risvegliare la giovanile rivalità tra i due pianisti per pungolare il figlio a sfruttare il suo innegabile virtuosismo. Sullo sfondo della grande Storia, si svolge il racconto tenero, struggente, mai malinconico, e a tratti ironico dell’immaginaria competizione tra l’oscuro Radzanov e l’acclamato Horovitz. Una sfida a distanza che dura una vita. Fino a quando Ambroise trova i soldi per accompagnare il padre a New York ad ascoltare un concerto di Horovitz alla Carnegie Hall. E’ il momento in cui tante domande troveranno una risposta… E la verità suonerà delicata e potente.

PONTE ALLE GRAZIE

Come agisce la musica nella storia? In che modo possiamo servirci delle canzoni per raccontare un periodo storico? E soprattutto, in che modo possiamo interrogare le canzoni, cercando di trarre da esse informazioni, anche al di là delle intenzioni dei loro autori? In ambito storiografico, attorno alla musica si è sedimentata una sorta di diffidenza, giustificata solo in parte dalla natura complessa e ambigua del documento-canzone: oggi questa diffidenza comincia a lasciare spazio a una nuova consapevolezza metodologica e la musica si avvicina progressivamente alle altri nuove fonti (cinema, fotografia, televisione…) che hanno fatto la loro irruzione nella ricerca storica contemporanea alimentando gli appetiti dei “nuovi orchi”. Avvicinate col sostegno di un robusto approccio critico, innervato dall’emozione che deriva dal piacere dell’ascolto, le canzoni si rivelano documenti straordinari, in grado di farci assistere “in prima fila” al suono del cambiamento, a quell’incessante sovrapposizione di modelli culturali vecchi e nuovi che è uno dei tratti distintivi della contemporaneità. Ogni singolo passaggio di questa proposta metodologica (come selezionare i brani da interrogare; come cimentarsi in una loro lettura storica; come, infine, formulare conclusioni) è illustrato da molti esempi: Peroni dimostra cosa concretamente significhi analizzare una canzone e cosa questo aggiunga alla conoscenza del periodo storico a cui essa appartiene. Completa il volume un saggio di Riccardo Strobbia, dedicato al jazz come privilegiato complesso di fonti sulla drinkin’ America, il “lato oscuro del proibizionismo”.

La Nuova Italia Nuovi Orchi

Nel 1971, quando apparve la prima edizione della Musica dei neri americani, gli studi sulla musica afroamericana erano ancora incompleti e frammentari. Il fermento culturale degli anni sessanta aveva prodotto un incredibile numero di pubblicazioni, ma tutte circoscritte sia a livello cronologico sia a singoli ambiti di ricerca: innumerevoli libri sul jazz, molti sul blues e, a seguire, qualcuno sul ragtime o sui canti religiosi.
Nessuno però che si fosse spinto più indietro degli ultimi decenni dell?Ottocento o avesse ampliato l’angolo di osservazione.
È stata Eileen Southern a mostrare la parte sommersa dell’iceberg, a compiere il grande balzo prospettico, temporale e metodologico necessario a chiarire quello che oggi viene dato per scontato: che tutto è cominciato in Africa. È stata lei, una donna, e di colore, a scoprire che jazz, blues, ragtime, spiritual, bebop, soul, gospel, swing, pop, dance e rap sono diramazioni di un unico fiume creativo, legato a doppio filo al destino di quel popolo di «danzatori, musicisti e poeti» comprato, incatenato e rivenduto in terra straniera.
E la forza della Musica dei neri americani sta proprio qui: nel suo orgoglio etnico culturale.
Tra le righe, risulta sempre chiara la volontà di restituire la voce a un popolo ridotto al silenzio, la cui vitalità per secoli ha trovato espressione solo nella musica.
Eileen Southern ripercorre passo dopo passo, ingiustizia dopo ingiustizia, le grandi tappe che hanno segnato il lento riscatto dei neri d’America, fino alle contraddizioni che ancora oggi rendono il loro cammino una splendida e tormentata anomalia culturale: gli incontri clandestini degli schiavi, l’importanza delle funzioni religiose, la Harlam Renaissance, i grandi artisti del Novecento, osannati sul palco ma discriminati fuori, fino al successo di massa del pop e alla rabbia suburbana dei rapper. Il merito di Eileen Southern è di avere saputo raccontare una grande epopea e, grazie al suo approccio denso di idee e a un personalissimo stile aneddotico, di averla regalata a tutti.Eileen Southern ripercorre passo dopo passo, ingiustizia dopo ingiustizia, le grandi tappe che hanno segnato il lento riscatto dei neri d’America, fino alle contraddizioni che ancora oggi rendono il loro cammino una splendida e tormentata anomalia culturale: gli incontri clandestini degli schiavi, l’importanza delle funzioni religiose, la Harlam Renaissance, i grandi artisti del Novecento, osannati sul palco ma discriminati fuori, fino al successo di massa del pop e alla rabbia suburbana dei rapper. Il merito di Eileen Southern è di avere saputo raccontare una grande epopea e, grazie al suo approccio denso di idee e a un personalissimo stile aneddotico, di averla regalata a tutti.

Il Saggiator

La musica sembra essere allo stesso tempo ostinata, evasiva e sfuggente, al punto che più cose scopriamo più ne rimangono da conoscere, e per quanto scaviamo a fondo il suo potere e il suo mistero restano intatti. Il libro di Daniel è un’esplorazione profonda e suggestiva di questo paradosso. Anche se potrebbero non esserci risposte semplici in vista, questo viaggio senza fine è comunque esaltante, soprattutto se fatto in compagnia di uno scrittore che è musicista affermato, uno scienziato rigoroso e una persona ancora in grado di guardare l’universo con un senso di stupore. Sting Stimolante dalla prima all’ultima pagina, una magnifica panoramica che solo un neuroscienziato dalla profonda sensibilità artistica poteva regalarci. Daniel Levitin ha una vastissima cultura degli sviluppi della musica a partire dagli anni Cinquanta (e prima ancora del blues e del jazz); la cultura di chi la musica l’ha suonata, ascoltata e vissuta per anni. Un libro importante.

Codice Edizioni

Il libro, che affronta i rapporti tra musica, eros, cucina, ha una impostazione musicale e si sviluppa nei tempi di una sinfonia: preludio, prima parte, intermezzo, seconda parte, postludio.
La prima parte è un viaggio tra l’arte della gastronomia e quella dei suoni che inizia dai tempi dei Greci e, attraverso i secoli, giunge fino ad oggi.
Il banchetto, il caffè, il salotto, il palco all’opera ne costituiscono lo scenario. La musica e la cucina riflettono entrambi i mutamenti della società, in molti casi adottando, nei loro rispettivi ambiti, forme e soluzioni analoghe.
La seconda parte è dedicata invece al teatro, trasfigurazione della realtà, dove un brindisi, una cena hanno rappresentato spesso i momenti culminanti di una vicenda.
Nel postludio si parla di alcuni grandi musicisti gourmet come Paganini, Rossini, Verdi che non hanno disdegnato di mettere talvolta da parte uno spartito per concentrarsi su un allettante menù.
Nel finale: l’invito a banchetti ispirati alla cultura romana, medievale, rinascimentale, barocca fino al futurismo, accompagnati dalle loro ricette e impreziositi da indicazioni di brani musicali dell’epoca.

Viennepierre edizioni

Infiniti sono i momenti in cui la musica – dall’antichità ai giorni nostri – è entrata in contatto con la narrativa e infinitamente diversificate le modalità in cui ciò è avvenuto. Ora come mera citazione, ora come momento catalizzatore di profonde esperienze di vita, ora collocandosi essa stessa, con i suoi protagonisti – musicisti, strumenti, composizioni, luoghi – al centro di memorabili intrecci letterari. In un arco temporale che va dall’Ottocento ai giorni nostri, questa antologia propone ventidue racconti (e una poesia), da Musica per camaleonti di Truman Capote a Canto del cigno di Agatha Christie, da Teatro di Carlo Emilio Gadda a Musica di Vladimir Nabokov e a La ragazza di Ipanema, brano inedito di Murakami Haruki. Conclude il volume l’indimenticabile L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di Oliver Sacks. Molti dei brani che troverete in questo libro […] sono autentici hapax nella produzione dei rispettivi autori, il che nulla toglie alla qualità di scrittura che ne innerva ogni riga. A qualsiasi categoria stilistica appartengano, questi scrittori raccontano dell’effetto indelebile e ineludibile che la musica ha sui personaggi che abitano le loro storie; in certi casi per loro tutto cambia dopo che sono stati esposti al mondo dei suoni, il baricentro stesso dell’esistenza viene spostato e non è più possibile ritornare allo stato precedente a quello dell’ascolto. In altri la musica è una cartina di tornasole, che assorbe fatti e personaggi rivelando appieno le loro reali o segrete intenzioni, in altri ancora essa è il mastice che tiene fortunosamente assieme brandelli di memoria altrimenti destinati a dissolversi.

Einaudi

A poco piú di venticinque anni dalla morte di Glenn Gould, il leggendario pianista canadese, il libro di Katie Hafner gli rende omaggio da una singolare angolazione: sulla base di studi e di interviste a testimoni e protagonisti, l’autrice ricostruisce la storia dello struggente rapporto fra Gould e il CD 318, l’adorato pianoforte sul quale l’artista eseguí buona parte delle sue piú celebri registrazioni. Ci sono uomini il cui genio è conclamato fin dalla piú tenera età. Crescono strani. Non sono troppo bravi a vivere e a volte, purtroppo, muoiono presto. Ma è difficile dimenticarli, perché riescono a lasciarsi dietro segni incancellabili, anche quando si tratta di segni delicatissimi ed eterei fatti di note musicali, o del tocco inimitabile delle loro dieci dita su una tastiera. Ci sono uomini i cui talenti sono handicap. Da subito, pagano tutto piú caro degli altri. Non brillano. Devono lavorare sodo per far emergere le loro immense ma inconsuete capacità. Perché lunga è la strada che separa un povero contadinello semicieco di una remota regione canadese dai sontuosi pianoforti della Steinway & Sons. Anche se quel bambino vede le note musicali come colori e ha un udito prodigioso. Ci sono oggetti che dovrebbero essere uguali in tutto ad altri oggetti. Sono costruiti artigianalmente da maestranze di grande competenza, certo, ma escono pur sempre da una fabbrica, secondo specifiche codificate. E invece, per qualche motivo, sono magici. Se li si accudisce e li si ama diventano perfetti. Ma gli oggetti, si sa, si usurano o – peggio – si rompono. Spezzando dei cuori.

Giulio Einaudi Editore

Pubblicato in occasione del 150 anniversario della nascita di Gustav Mahler e curato da Gastón Fournier-Facio, questo libro raccoglie scritti di autori provenienti dai più diversi ambiti culturali, in un arco di tempo che si estende per oltre un secolo. Grazie alle parole, tra gli altri, di Stefan Zweig, Bruno Walter, Theodor W. Adorno, Leonard Bernstein, Claudio Abbado, Daniel Barenboim, il lettore è accompagnato all’ascolto della musica mahleriana. Celebrato come uno dei massimi direttori d’orchestra in vita, Mahler solo negli ultimi cinquant’anni ha ottenuto quel riconoscimento che lo pone tra i grandi compositori di ogni tempo. Sono le voci delle persone che vissero accanto a lui, come la moglie Alma e il “rivale” Richard Strauss, quelle dei direttori d’orchestra e dei musicologi che hanno contribuito alla diffusione della sua opera, quelle di grandi scrittori e intellettuali testimoni del suo tempo. Mahler, come questo libro dimostra, è stato il protagonista del passaggio dal postroman – ticismo alla musica moderna. “Il suo tempo è arrivato?” si chiede Bernstein, rispondendo alla celebre frase di Gustav Mahler. “Era arrivato, piuttosto, sin dal principio. Se mai si ebbe un compositore del suo tempo, questo era Mahler, profetico solamente nel senso che egli già conosceva ciò che il mondo avrebbe conosciuto e accettato solo mezzo secolo più tardi. Fondamentalmente, è chiaro, tutta la musica di Mahler parla di lui, e questo significa semplicemente che parla di conflitti. Si pensi attentamente: Mahler il creatore contro Mahler l’esecutore; l’ebreo contro il cristiano; il credente contro lo scettico; il naïf contro il sofisticato; il boemo provinciale contro l’uomo di mondo viennese; il filosofo faustiano contro il mistico orientale; il sin – fonista operista che non scrisse mai per il teatro. Ma il conflitto più aspro si combatte tra l’Uomo Occidentale sul volgere del secolo e la vita dello spirito. Da questa contrapposizione si sviluppa la lista infinita delle antitesi – l’elenco completo dello Yin e Yang – che popola la musica di Mahler.» In appendice viene pubblicato, per la prima volta in Italia, il rarissimo Die Bildnisse von Gustav Mahler del 1922, un album di foto di famiglia scelte personalmente da Alma Mahler e da lei affidate al pittore secessionista Alfred Roller.

Il Saggiatore

“La direzione d’orchestra è qualcosa di misterioso. Qualcosa che non si può imparare, e che, in fondo, non si può insegnare. Io do quattro battute così e tre così… Questo si può spiegare in pochi minuti. Ma questo è anche tutto quello che si può spiegare. E nulla di più…”. (Otto Klemperer) Le conversazioni raccolte in questo libro sono tratte da interviste radiofoniche trasmesse dalla rete nazionale della Broadcasting Canadian Corporation, e coprono un arco di tempo di circa quindici anni. Ciascuna intervista ha caratteristiche peculiari. Nel caso di James Levine, ad esempio, il Maetro espresse le proprie opinioni in una maniera così chiara che in pratica non fu necessario aggiungere nessun commento, e vennero inseriti solo brevi intervalli musicali nel corso delle tre ore di trasmissione durante le quali l’intervista andò in onda. In altri casi come la conversazione con Sir George Solti, la durata dell’incontro fu più ampia, poiché l’intervista con lui fu inserita in un lungo dibattito sull’orchestra sinfonica di Chicago. Per quanto ne so, soltanto una di queste conversazioni fu trasmessa da un’emittente diversa dalla Canadia Broadcasting Corporation, sebbene esse fossero state proposte sin dal principio su banda internazionale. Si tratta in particolare dell’intervista al maestro Herbert von Karajan, che fu realizzata nel 1975, e che fu ritrasmessa dalla BBC Radio 3 Network.

Pagano Editore

Backdoor, Torino: siamo aperti. A cosa? Grossomodo a tutto. E a tutti. In particolar modo a quelli che davvero non pensavate potessero esistere. E invece esistono, sono il variopinto circo di clienti – più o meno occasionali, più o meno appassionati, più o meno folli – di uno storico negozio di dischi specializzato in vinile e intento a vivere l’amore per la musica dall’altra parte della barricata: un luogo talmente vero e talmente incredibile da essere più pop di un coretto dei Beach Boys. Ecco, allora, sfilare il piastrellista devoto al funky e alle donne di colore, l’audiofilo sorpreso dalla moglie con uno stereo in un appartamento affittato di nascosto e l’uomo che ha inventato i Massive Attack. Per non parlare dell’immigrato slavo che voleva morire sotto la sezione reggae, dell’indomabile Sentimentalista o del fan degli Alarm con documenti compromettenti per la FIAT…gente strana? Se la pensate così, non vi siete mai trovati di fronte a quei clienti che, incerti su cosa comprare, hanno chiesto: “Ma Che Guevara ha fatto più niente?”.

Castelvecchi Editore

Tutti vogliono sognare. Ma siamo nel 1969, e il sogno americano ha cambiato connotati. Non si tratta più solo di avere una lavatrice, una tv e un pezzetto di giardino. L’America dell’ormai dilagante controcultura mira in alto, vuole di più, e vuole di più anche Rock Foxx, musicista di colore che approda nella California della Summer of Love. Cavalcando l’intenso momento storico e aggiungendo a testi impegnati venature di Ray Charles e Otis Redding, Foxx diventa una star e un simbolo del suo tempo. Quando Betty, limpida e pura, diversa dalle ragazze assiepate fuori dal camerino, s’innamora di lui, Foxx sembra avere tutto. Ma paradossalmente è proprio questo il momento in cui si perde. Mentre gli ideali di pace e giustizia cominciano a traballare sullo strapiombo di un violento estremismo, la gente si chiede: che fine ha fatto Rock Foxx? Un romanzo sulla potenza della musica e il peso insostenibile del successo, sullo sfondo di un’America in piena evoluzione, dove l’amore libero, gli ideali di Woodstock e la sperimentazione delle droghe devono fare i conti con sempre più violenti scontri razziali.

INDIANA EDITORE

“Non è raro, nella storia della musica, che invenzioni tecniche acquistino un senso solo molto tempo dopo essere state realizzate. Così accadde per il corno con pistone a scala cromatica: la sua vera funzione non fu trovata prima di Wagner. Mentre il sassofono, una forma ibrida tra uno strumento a fiato di legno e uno di ottone, era già stato usato timidamente da Bizet, ma solo nel cammino verso il jazz è stato impiegato nell’ambito della musica d’arte. Ora mi sembra che anche col disco stia succedendo qualcosa di simile”. Long play di Theodor W. Adorno è una riflessione sul significato del vinile. Sul ruolo ambizioso e pericoloso che questa specie di “fotografia musicale” poteva rappresentare per l’arte. Il filosofo e musicologo tedesco, forte delle sue posizioni anticapitaliste, vedeva nel vinile il rischio di un’industrializzazione della musica. Fu lui a coniare l’espressione “industria culturale”. E il vinile poteva essere la più devastante delle intrusioni industriali nel campo dell’arte. La sua rapida diffusione aveva improvvisamente tolto alla musica molta della sua capacità incantatrice, consegnandola al campo meccanico della riproducibilità. Eppure, il vinile poteva essere anche una grande possibilità, forse era possibile convertire quella pericolosa invenzione in un nuovo grande stimolo, in un nuovo modo di creare arte. “Nella musica la tecnica ha un doppio significato. Da una parte vi sono le vere e proprie tecniche di composizione, dall’altra c’è il procedimento industriale che interviene sulla musica per permettere la sua diffusione di massa. Ciò non resta, tuttavia, solo un fatto esteriore. Dietro le invenzioni tecnico-industriali, così come dietro quelle artistiche, vi è un medesimo processo verso l’opera, vi è la medesima forza produttiva umana che le fa incontrare”.

Castelvecchi Editore

Si tratta di un volume gastronomico, meravigliosamente illustrato secondo lo stile policromo e pop del famigerato «sottomarino giallo». In almeno una trentina di brani i Beatles hanno citato cibi e pietanze e questo non è sfuggito all’orecchio appassionato dell’autrice che, proprio da quelle citazioni, è partita per dare un senso al suo fantasioso disegno culinario. Pere, pecorino e miele per cominciare, ascoltando A taste of honey, oppure un po’ di mostarda piccante mentre sul piatto gira Mean Mr. Mustard . E per ascoltare Back in the USSR ideale un antipasto a base d’insalata russa e buon vino bianco. Hey Jude naturalmente, si abbina ai carciofi alla giudia. Alla signora Ippolita Douglas Scotti l’idea di questo ricettario è venuta per caso:una mattina qualsiasi, quando ha intravisto uno scarafaggio nella ciotola del suo cane. Il primo pensiero: There’s a beatle in my soup! ossia, c’è uno scarafaggio nella mia zuppa. Da lì parte la ricerca dei sapori, in particolare nel «pentolone» creativo di Paul McCartney. Poco importa se tocca a George Harrison citare una lista di torte in Savoy truffle o se Glass onion fa venire in mente all’autrice un piatto di «cipolline glassate». Come ben capite gli abbinamenti sono di pura invenzione, qualche volta legittimati solo da un’assonanza. Prendiamo Eleanor Rigby: la donna che raccoglie il riso sul pavimento di una chiesa dove si è appenacelebrato un matrimonio, suggerisce alla Douglas Scotti un «Riso solitario», con cipolla carota e sedano. Il gioco è divertente al di là di quelli che sono i risultati gastronomici da inseguire,ascoltando le canzoni ad hoc. Il libro si lascia gustare anche e soprattutto per le illustrazioni colorate e sognanti, persino psichedeliche nei rimandi al progetto visivo di Yellow submarine. I Beatles, John, Paul, George e Ringo, riaffiorano nella memoria di Andrea Rauch e nostra come li aveva ideati l’illustratore tedesco Heinz Edelmann, con abiti coloratissimi, pantaloni a campana e cravattoni colorati. Il viaggio grafico attraversa d’un fiato gli anni Sessanta: è prima di tutto un percorso sentimentale e serve a rileggere l’universo colorato della pop art.

La Biblioteca Ed.

Wagner è l’inventore dei mass media? Il rock dei Pink Floyd è figlio dei radar per sottomarini? I sintetizzatori ci hanno riportato gli dei? Uno dei pensatori più cruciali e irregolari degli ultimi anni, mai tradotto prima in italiano, ci spiega la musica moderna, dalla microfisica dei suoni alla metafisica dell’Essere, per descrivere una svolta epocale che ha cambiato per sempre il modo in cui percepiamo il mondo. Con acume irriverente e dottrina inattaccabile, il più creativo e radicale teorico dei media degli ultimi anni discute il potere dionisiaco della musica, partendo da Wagner e accompagnandoci in un viaggio zigzagante e visionario che lambisce le coste meno esplorate della Grecia antica per approdare alle radici paniche del rock. In un discorso capace di mescolare con spregiudicata profondità le narrazioni e i saperi più disparati – da Pynchon a Saffo, da Lacan alla musica della British Invasion, da Heidegger alle innovazioni tecniche della Seconda guerra mondiale – Kittler racconta le peripezie sonore dell’eterno ritorno dell’arcaico nelle moderne società di massa. Due saggi e una lunga conferenza che sono un atto di oltranzistica de­vozione alla bellezza. Una spericolata incursione nella musica come tecnologia dell’estasi.

L’Orma Editore

“Questo libro è il distillato di quanto ho da dire, in età avanzata, sulla musica, sui musicisti e su questioni relative alla mia professione” dichiara Alfred Brendel, che, scegliendo la forma dell’abbecedario musicale – da “Accenti” a “Zarzuela per pia­noforte solo”, rivela ancora una volta la sua duplice natura di musicista e acuto saggista, oltre a confermare la sua predilezione per l’aforisma e il frammento. Chi lo conosce sa che nei suoi scritti profonde riflessioni sui problemi dell’interpretazione musicale si alternano a irresistibili aneddoti, considerazioni illuminanti sulla tecnica pianistica a testimonianze sui rapporti ora idilliaci ora burrascosi con direttori d’orchestra e cantanti: e questo vademecum lo conferma. Qui tutto ruota intorno al pianoforte, “mobile dai denti bianchi e neri” che sotto le mani dell’interprete diviene “luogo di metamorfosi”, unico strumento che consenta di evocare “il canto della voce umana, il timbro di altri strumenti, l’orchestra, l’arcobaleno o l’armonia delle sfere”. Gli appassionati troveranno dunque risposte originali agli interrogativi che il testo musicale pone all’interprete e suggerimenti anche inconsueti sulla costruzione del repertorio e sul significato della fedeltà esecutiva. Nonché ritratti dei compositori che hanno accompagnato la vita di Brendel: da Bach a Liszt, passando per Scarlatti, Mozart, Beethoven, Chopin, Schubert, Schumann e Brahms.

ADELPHI

“La gente diceva che al Chelsea accadevano magie. Per circa 10 dollari alla settimana si poteva affittare una stanza accanto a Edie Sedgwick o perder tempo sul tetto con Allen Ginsberg. Con i vicini si condividevano idee, musica, denaro, vestiti, cibo cucinato sulla piastra elettrica e, a essere fortunati, forse anche un letto. Più si era fuori dal sistema, più si era dentro a questo posto.” Ci sono luoghi che per qualche misteriosa ragione sembrano poter riassumere in sé l’essenza di una cultura, di una storia, di un mondo talvolta. Il Chelsea Hotel è uno di questi. Un grande palazzo di dodici piani in mattoni rossi, con balconi in ferro battuto e finestre a bovindo, situato al 222 della 23esima Ovest, nella zona di Chelsea, a Manhattan. Questo edificio, appariscente e anonimo al tempo stesso, è il luogo da cui sono partite le fiammate più violentemente creative della musica, della letteratura, dell’arte americana dell’intero Novecento, da Edgar Lee Masters ai Rolling Stones. È anche il luogo dove il sogno visionario più facilmente si è venato di eccessi autodistruttivi. Pionieristico esperimento di vita comunitaria ispirata alle idee del socialismo utopista di Fourier, il Chelsea diviene fin dai primi decenni del secolo un crocevia di artisti di ogni genere e provenienza. Estro e follia, arte e letteratura, cinema e musica, ricchezza e povertà, successi planetari e fallimenti miserabili, esaltazioni estetiche e abuso di sostanze vi si mescolano senza sosta: fra i suoi corridoi nascono, lavorano, amano e si consumano generazioni intere di personalità creative, tanto che qualsiasi lista di celebrità sarebbe riduttiva. Antonín Dvořák, Mark Twain, Thomas Wolfe, Virgil Thomson, Gore Vidal, William Burroughs, Allen Ginsberg, Tennessee Williams, Bob Dylan, Janis Joplin, Jackson Pollock, Jimi Hendrix, Joni Mitchell, Leonard Cohen, Patti Smith, Robert Mapplethorpe, Stanley Kubrick, Andy Warhol, Christo, Sam Shepard, Sid Vicious, Dee Dee Ramone, Madonna, Marianne Faithfull: la leggenda che circonda questa “fantasilandia comunitaria”, come la definiva Arthur Miller (che vi scrisse la sua opera teatrale dedicata a Marilyn Monroe), è semplicemente colossale, e conta i suoi morti e i suoi delitti (dal poeta Dylan Thomas che vi si uccise a sorsate di whisky, a Nancy Spungen, la fidanzata di Sid Vicious, il leader dei Sex Pistols, che vi fu trovata accoltellata nel 1978). Basandosi su anni di ricerche e innumerevoli testimonianze, Sherill Tippins ci offre la cronaca più esatta e coinvolgente che sia mai stata scritta di questa grandiosa e tragica epopea. Come ne ha scritto un critico americano, leggere questo libro è l’esperienza più simile ad avere in tasca la chiave di una stanza del Chelsea degli anni d’oro che oggi ci possa capitare.

EDT Editore

Era la ragazzina bionda che cantava di Woodstock e dei figli dei fiori, incantando le folle con la sua chitarra e la sua voce angelica. Nel 1971, con il folk romantico e malinconico di Blue, conquistò il cuore di una generazione, prima di avvicinarsi al jazz e di stupire tutti con una conversione alla musica di ricerca più sofisticata. In anni recenti, infine, ha scelto di tornare alla sua passione più antica, la pittura. Joni Mitchell è la protagonista di questo inedito libro intervista, che raccoglie tre lunghe conversazioni registrate tra gli anni Settanta e i Duemila. Vi scopriamo una donna fiera della sua indipendenza, che si è fatta strada tra mille difficoltà in un ambiente dominato dagli uomini; una musicista e pittrice autodidatta ma estremamente consapevole delle sue scelte, lontanissima dallo stereotipo dell’artista naïf che molti avrebbero voluto cucirle addosso; una conversatrice affascinante, capace di commentare con ironia i versi apparentemente ermetici delle sue canzoni o di raccontare per brevi tratti le grandi personalità con cui è venuta a contatto nella sua carriera, da Leonard Cohen a Bob Dylan, da Jaco Pastorius a Charles Mingus. Arricchito da un inserto a colori con fotografie rare e riproduzioni di dipinti originali, Both Sides è un’occasione unica per conoscere i tanti volti di un’artista tra le più innovative del nostro tempo. La traduzione italiana di questo libro è stata pubblicata grazie al sostegno del Canada Council for the Arts.

BIGSUR

È l’unico libro scritto da David Bowie: una delle rockstar più colte di sempre, un’icona insostituibile, un musicista e sperimentatore instancabile che ha cambiato per sempre il destino e la storia della musica. David Bowie non è mai stato uguale a se stesso. Ha cantato il cambiamento in Changes, profezia del suo incessante mutare, e l’ha messo in atto per tutta la vita, fuggendo dalla noia della ripetizione, esplorando percorsi sempre nuovi, facendo del proprio corpo il protagonista di un’arte performativa e sonora. È stato un profeta camaleontico capace di rinnovarsi sempre, e di contribuire a plasmare il nostro modo di vivere e di vedere il mondo. Nessuno ha influenzato quanto lui la cultura popolare, la moda e la storia del costume: ha vestito, tra gli altri, i panni di Ziggy Stardust – l’alieno dai capelli rossi – e del Duca Bianco, trasformandosi infine nella Stella Nera che si è congedata dai fan attraverso un album indimenticabile. In queste pagine il lettore ha l’occasione unica di ripercorrere la vita di David Bowie attraverso i luoghi -, da Brixton a Berlino, fino a New York – i dischi, le scelte artistiche, i libri letti, gli amici e i collaboratori di un artista leggendario. È stato l’inventore del glam rock, il padre nobile della new wave, ha spaziato dalle sonorità acustiche degli anni sessanta alla musica elettronica, dal funky al soul. Ha intrecciato amicizie e collaborazioni con Brian Eno e Mick Jagger, Iggy Pop e John Lennon, Lou Reed e Freddie Mercury.

Il Saggiatore

Il 1970, con lo scioglimento ufficiale dei Beatles, segna la conclusione simbolica degli anni Sessanta. Archiviata traumaticamente un’era musicale, se ne apre una interamente nuova, in un misto di aspettative e delusioni, paure e slanci creativi. Il 1971, il primo anno del nuovo e all’apparenza fragile decennio, si dimostrerà alla fine tra i più fertili e innovativi di tutta la storia del rock, lasciando un’eredità che a distanza di quasi mezzo secolo continua a essere fortemente sentita nel panorama musicale contemporaneo. Seguendo un filo cronologico, ma arricchendo la narrazione con libere associazioni, approfondimenti o semplici curiosità, il critico inglese David Hepworth racconta eventi noti e meno noti di un anno irripetibile. La prima visita di David Bowie negli Stati Uniti, da cui scaturirà l’idea del personaggio di Ziggy Stardust. Le leggendarie sedute di registrazione agli studi A&M di Hollywood, dove negli stassi giorni vengono incisi Tapestry di Carole King e Blue di Joni Mitchell, i due capolavori del cantautorato femminile del decennio. La nascita della prima catena di negozi di dischi su scala mondiale, la Tower Records, e quella del primo programma televisivo dedicato alla black music, Soul Train. E poi il matrimonio di Mick Jagger, l’infortunio di Franck Zappa, la morte di Jim Morrison…

Edizioni SUR

«Hendrix ha ridisegnato il modo di suonare, partendo dall’insegnamento dei maestri blues e lasciando poi tutti attoniti: comprai il suo primo album un sabato pomeriggio e non me ne staccai più.» – Carlo Verdone. “Questo è il contributo, partecipato nelle fibre più intime e profonde, di due miracolati sulla via delle galassie hendrixiane, che credono fortemente nel pensiero espresso da Gustav Mahler, il quale, interrogato sul valore e il significato della musica e dell’arte delle radici, disse semplicemente: «La tradizione è salvaguardia del fuoco, non adorazione della cenere». Ecco Jimi in Italia: un interruttore, un modo per aprire molte porte, toglierci dall’affanno di musiche alla rinfusa, di orrori e mediocrità imperanti. Il rapporto con la chitarra era il suo sogno più profondo, anzi era il suo unico sogno. L’iridescenza di un rock pronto a sentirsi un giovane corpo scalpitante. Il saluto all’alieno sbarcato tra noi nel maggio 1968 è proprio il sublime insegnamento di quello che siamo stati e di quanto certi incontri ravvicinati ci possano lasciare. E ora alziamo il volume!” Jimi Hendrix suonò in Italia nel maggio del 1968. Per coloro che assistettero a quei concerti fu un momento epico, irripetibile, capace di mutare la percezione della musica pop e rock. La cronaca di quella settimana fatta da articoli, testimonianze, ricordi, aneddoti e verità. Con un intervento di Carlo Verdone.

JacaBook

È l’etichetta che rivoluzionò la scena jazz internazionale in piena epoca rock, e ancora oggi incarna il sound vellutato e arrabbiato degli anni sessanta. Nata nel 1960 da una costola della abc-Paramount, la Impulse rappresenta la simbiosi esemplare tra un musicista e un marchio discografico. John Coltrane le prestò le urla graffianti del suo sax e le lasciò in eredità un magistero spirituale, consegnandola al mito. Con un catalogo che dava spazio al jazz tradizionale come al prorompente spirito della New Thing, le copertine dai colori squillanti e l’originalissimo packaging a libretto, il marchio statunitense incarnò e per certi versi profetizzò le ansie spirituali, le rivendicazioni politiche, il fervore sperimentale di un quindicennio di cambiamenti storici, sociali e musicali. Attorno alla Impulse ruotò una galassia di personaggi che ne decretarono il successo commerciale e il trionfo artistico: musicisti che incisero dischi senza tempo, produttori che misero a segno fortunati colpi di marketing, designer che seppero plasmare un prodotto raffinato, di sconcertante modernità. Sulle loro orme, Ashley Kahn ripercorre le principali tappe del marchio, dissodando gli archivi delle più importanti riviste di settore, intervistando i protagonisti ancora in vita e rintracciando le testimonianze scritte di quelli ormai scomparsi. La storia dell’etichetta è intervallata da trentasei schede dedicate agli album che ne hanno plasmato l’identità: fotografie, note di copertina, aneddoti raccolti dalla viva voce di Ray Charles, Sonny Rollins, Ornette Coleman, Alice Coltrane, Gato Barbieri, Archie Shepp, Keith Jarrett ci accompagnano alla scoperta di brani impressi nella memoria, di dischi culto da due generazioni. E ci invitano a entrare nella «casa, traboccante di rivoluzione e profumata di incenso, costruita da John Coltrane».

il Saggiatore

Questo romanzo, che Thomas Bernhard (1931-1989), maestro della prosa tedesca, sembra avere scritto come Gould suonava – per così dire dal basso verso l’alto, non come tutti gli altri dall’alto verso il basso – è uscito in Germania nel 1983 e presso Adelphi due anni più tardi. A un corso di Horowitz, a Salisburgo, si incontrano tre giovani pianisti. Due sono brillanti, promettenti. Ma il terzo è Glenn Gould: qualcuno che non brilla, non promette, perché è. Una magistrale variazione romanzesca sul tema della grazia e dell’invidia, di Mozart e Salieri, ma ancor di più sul tema terribile del non riuscire a essere.

Adelphi

“Scrivere un libro color oro talvolta può infiammare i tuoi sogni. E’ un’esperienza da cui non si torna indietro.” – Maxence Fermine. E’ nato a Albertville, ha trascorso parte della sua infanzia a Grenoble e attualmente vive tra le nevi dell’Alta Savoia. Bompiani ha pubblicato il suo primo romanzo, Neve (1999), che ha già avuto dodici edizioni, e Il violino nero (2001). Con L’apicoltore ha ricevuto nel 2001il Premio Murat “Un romanzo francese per l’Italia”. Nel 2004 è stato pubblicato billard blues. Il giovane Aurélien Rochefer, che vive in un piccolo paese del sud della Francia di fine Ottocento, decide di realizzare il suo sogno: fare l’apicoltore. Egli cerca in ogni cosa l’oro della vita, ossia la bellezza, la magia, il colore caldo del sole, ed è incantato dalle api, “che possono morire d’amore per un fiore”. Ma gli alveari che ha costruito vengono incendiati da un fulmine, mentre una misteriosa femmina nera che gli appare in sogno lo invita a raggiungerlo. Aurélien si imbarca allora per l’Africa, dove passerà di avventura in avventura, tra re ricchi e avidi, mercanti spietati e una Regina delle Api che gli farà un magico dono. Solo al ritorno a casa, come un nuovo Ulisse, egli troverà la forza di dedicarsi a una ciclopica impresa e saprà scoprire dentro di sé il seme di un puro amore per l’unica donna che lo ha da sempre aspettato, piena di vera fiducia e speranza. Una grande favola e un grande romanzo di formazione che esalta i valori della semplicità e della purezza, come in un apologo degli antichi maestri di vita.

BOMPIANI

“Fra i tanti scritti suscitati dal jazz, ormai divenuto oggetto di studio accademico, persino nelle università americane, rari sono quelli supportati da un pensiero estetico e critico che possa orientare l’ascoltatore nella scoperta (o la riscoperta) dei capolavori di questa musica. Fra storie generali che si ripetono fra grandi sorprese e biografie più o meno mitizzanti dei tanti eroi di questa epopea, la nostra conoscenza dei fatti aumenta regolarmente, come d’altra parte aumenta non meno regolarmente la massa già gigantesca dei documenti sonori disponibili sul mercato del disco. Marea di libri, marea di registrazioni … Non è difficile intuire che, paradossalmente, tale abbondanza rende sempre più aleatorio l’accesso alle opere che contano veramente.” Da oltre vent’anni non più importatore di nuova energia, il jazz appartiene al presente soprattutto come esperienza musicale ed estetica originale che ha attraversato e contraddistinto il Novecento. Quest’agile guida critica esamina i suoi autori e le loro creazioni in 58 voci alfabetiche (49 dedicate a musicisti e 9 a categorie collettive) con l’indicazione di oltre 600 dischi (di cui oltre 350 oggetto di specifica schedatura).

Bruno Mondadori

Il 12 settembre 1910, alla Neue Musik-Festhalle di Monaco, Gustav Mahler dirige la prima esecuzione della sua Ottava Sinfonia, interpretata da un organico di quasi mille elementi. In platea, un pubblico d’eccezione: da Henry Ford a Thomas Mann fino alla bellissima Alma, moglie del compositore. Meno di un anno dopo, in maggio, Mahler si spegne a Vienna.
Ha solo cinquant’anni. Nelle stesse ore, mentre la primavera scioglie le nevi sui prati del Tirolo, una ragazza segue i suoi ultimi istanti attraverso la stampa, commossa eppure consapevole che per Gustav giunge finalmente la pace.
Lei è Marie, nipote quindicenne dei proprietari del maso dove Mahler ha trascorso le ultime tre estati, incaricata di accudirlo quando il Maestro ha disdegnato le undici stanze della casa e scelto per sé la più bizzarra delle sistemazioni: una capanna in mezzo al bosco, lontano da tutto.
Piano piano, nel silenzio, il candore della fanciulla e il tormento del musicista hanno dato vita a un dialogo capace di rivelarli a se stessi. “Io credo nel bene, non nel male; però non riesco più a credere nella sua vittoria, e soprattutto non riesco a credere nell’ordine. Forse per questo non ho mai voluto scrivere una vera sinfonia, ma il rimpianto di quella forma, che sentivo così prossima al tramonto” dice il Maestro.
E Marie, che di musica non sa nulla, può mostrargli però tutti i colori della foresta al crepuscolo. Una figura immensa e piena di ombre, quella di Mahler, che Paola Capriolo delinea per noi con mano lieve e luminosa, lungo pagine rivelatrici che sono un apologo sull’amicizia tra generazioni, sulla possibilità di incontrarsi e rinascere se ci si ascolta davvero.

Bompiani Editore